Una cascata di diamanti nel cielo di primavera

Credit: Il Poliedrico

Nell’attesa di osservare  il transito di Venere accanto alle Pleiadi previsto per i primi giorni d’aprile, stasera potremo osservare un’autentica cascata di gemme nel cielo verso ovest dopo il tramonto:
un arco quasi perfetto che parte da Aldebaran  nelle Iadi (le corna del Toro) passando per la Luna di appena 5 giorni e le immancabili Pleiadi. Più in giù a cascata vedremo Venere e poi Giove.

Osservate la bellezza di stasera nella proiezione qui sopra e cercatela in cielo questa sera!

Canon Hack Development Kit (prima parte)

L’evoluzione tecnologica e la miniaturizzazione dei componenti elettronici negli ultimi 20 anni ha donato molte opportunità di ricerca ai semplici appassionati che prima erano appannaggio solo dei centri di ricerca dotati di strumenti spesso ingombranti e molto costosi. L’opportunità di disporre di hardware ottimo e poco costoso e la  possibilità di creare un firmware open source hanno fatto il resto: una semplice compact-camera può diventare un potentissimo strumento il cui unico suo limite è la creatività dell’utente finale.

Canon Powershot A650is

Oggi le macchinette fotografiche “point and shoot” con tecnologia CCD e display posteriore sono quasi in ogni casa: piccole, facili e svincolate dal laborioso processo di stampa chimica, hanno veramente portato la fotografia “ovunque”.
Per soddisfare le richieste del mercato, i vari costruttori hanno dotato di processori DSP sempre più potenti e veloci le loro compact-camera per offrire al grande pubblico funzioni – spesso totalmente automatizzate – che vanno dalla macrofotografia alla ritrattistica fino alla fotografia sportiva. Queste compact-camera dotate di hardware così potente non potevano certo passare inosservate ai tanti appassionati evoluti di fotografia, ingegneria e programmazione.

Così, nel pieno spirito hacker, è nato il progetto CHDK (Canon Hack Development Kit) avente lo scopo di creare un firmware alternativo ed open source capace di sfruttare tutte le potenzialità dell’hardware offerto da una classe particolarmente potente di compact-camera: le Powershot 1, per poi essere gradualmente esteso anche alla classe più professionale EOS 2 (solo alcune).

Il processore Canon Digic II

Alcune caratteristiche ricercate ad esempio in astronomia sono le esposizioni lunghe, il controllo remoto della fotocamera e l’accesso ai dati RAW non compressi, cioè ai dati grezzi che escono direttamente dal sensore CCD e ancora non elaborati dalle primitive grafiche del software della fotocamera. Il formato RAW è invece  abitualmente offerto sui modelli di classe superiore che condividono gran parte dello stesso hardware.
Il progetto open source software noto con l’acronimo CHDK iniziò alcuni anni fa, quando il programmatore russo Andrey Gratchev ebbe successo nel reverse engineering del Canon Digital Imaging Core (DIGIC), il circuito integrato custom che controlla tutte le fotocamere digitali Canon.
Una volta comprese le funzioni del DIGIC e il modo di controllarle, altri programmatori volontari svilupparono un firmware alternativo Open Source sotto la licenza GNU Public License (GPL) 3.

Grazie a questo firmware open source alternativo a quello ufficiale adesso è possibile sfruttare tutta la potenza dell’hardware disponibile. Cosa si può fare e come farlo sarà oggetto del prossimo articolo, restate in attesa!

(segue)

Spirito di Natale

Ormai siamo quasi a Pasqua. Oggi 20 marzo è stato l’equinozio di primavera e ieri sera ho scattato questa foto.
Sarà stata la magia del cielo stellato sopra il castello di Crevole, il buio e la tranquillità ormai inusuali nella nostra vita, la linea retta verticale di Giove e Venere che sembravano indicare una capanna nel bosco, ma per me era come fosse Natale.

Congiunzione Venere - Giove

Credit: il Poliedrico

Ieri sera mentre ho scattato questa foto ho sentito qualcosa dentro. Una pace interiore, un’armonia con tutto l’Universo come raramente purtroppo oggi accade, dove tutto si muove in fretta e ti costringe a correre anche quando non ne hai la necessità.
Non c’erano spreads o titoli di Stato o ordini da rispettare: solo buio pace e silenzio, lì seduto sulla panchina in un’area di sosta lungo la strada in compagnia di un cielo stellato come poche volte avevo visto.

Come dico da sempre ai miei figli, Natale non è una data nel calendario ma un momento in cui si sente Gesù nascere dentro. Non importa se si è credenti o atei, cristiani o musulmani o animisti, ci sono momenti – come questo – in cui si ritrova la pace, l’armonia e l’amore per tutto quello che ci sta intorno. Momenti in cui Gesù ci nasce dentro. Quello è lo Spirito del Natale.

Neutrini superluminali? quasi sicuramente no.

Umby

Ormai è quasi certo. Oppure come i vostri gusti preferiscono, i clamorosi risultati di OPERA sono quasi definitivamente smentiti.

A settembre dello scorso anno fu annunciato dai ricercatori dei Laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso che alcuni neutrini sembravano viaggiare più veloci della luce tra l’LHC di Ginevra e i rivelatori italiani.
Tutto faceva supporre che si stesse schiudendo un nuovo orizzonte per la fisica … fino a quasi un mese fa, quando saltò fuori la notizia che potevano esserci stati un paio di errori nella strumentazione usata nell’esperimento OPERA: uno che ritardava la risposta – un cavo malmesso – e uno che l’anticipava – un errore nel calcolo del tempo di volo dei neutrini fra la stazione emittente e il ricevitore.

Adesso la conferma che i neutrini viaggiano alla velocità della luce dentro i classici margini di tolleranza è apparsa su Arxiv a questo indirizzo: Measurement of the neutrino velocity with the ICARUS detector at the CNGS beam.
In pratica il rivelatore ICARUS (Imaging Cosmic and Rare Underground Signals) ha misurato un anticipo δt del tempo di volo dei neutrini emessi tramite il CERN-SPS (Super Proton Synchrotron) 1 rispetto a c di 0.3 ns con un errore statistico di ±4.0 ns ed un errore sistematico di ±9.0 ns. La misura è compatibile con una velocità vμ dei neutrini muonici non superiore a c.
Questo si può quindi considerare il primo test ufficiale che avrebbe potuto smentire o confermare i controversi risultati di OPERA.
Per dirla come i Mithbuster: Neutrini superluminali? mito sfatato.

Andiamo a colorar le stelle

Non sono certo David Malin. In verità sono anche poco bravo nelle materie artistiche, comunque nel mio piccolo ci provo. Pochi mezzi – e poveri, poco tempo a disposizione ma tanta volontà di ottenere qualche risultato. Questa è la vera etica hacker, quella che è nata nell’Homebrew Club e io cerco di applicarla ovunque posso.

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Credit: Il Poliedrico

Credit: Il Poliedrico

 Dati Exif dell’immagine
Camera model Canon EOS 1000D
Tempo di esposizione 10 secondi
Apertura diaframma F3.5
Exposure bias 0 EV
Lunghezza focale 21.0 mm
ISO speed 1600
Exposure mode Manual (M)
Modalità macro Off
Qualità immagine Fine
Risoluzione Exif 3792 x 2408
Bilanciamento del bianco Auto

Vedete le due immagini qui sopra? Sono lo stesso soggetto, lo stesso fotogramma prima (a sinistra) e dopo l’elaborazione al computer (a destra). La fotografia è banale: a sinistra nell’imagine è visibile la costellazione Orione, al centro l’ammasso aperto più vicino alla Terra – appena 150 anni luce – delle Iadi con la gialla Aldebaran in primo piano 1, poi le stranote Pleiadi e la congiunzione Giove – Venere di cui ho parlato nei giorni scorsi.

Però questa volta non mi sono limitato alla semplice correzione del fondo cielo come ho descritto in un altro articolo 2, stavolta ho cercato di applicare una mia rivisitazione di un metodo che ho appreso da una rivista di astronomia piuttosto nota 3.

Un grosso limite dell’astrofotografia è proprio nella sensibilità del sensore: quello che infatti sembra essere un grande vantaggio, cioè la capacità di sommare aritmeticamente la luce incidente in un singolo pixel che consente di registrare anche le sorgenti più deboli con pose abbastanza lunghe, per i colori rappresenta un limite importante. Non importa che la luce sia rossa, verde o blu, quando il pixel è saturo appare comunque bianco qualunque sia la lunghezza d’onda della luce incidente nel pixel. Nell’astrofotografia più professionale si usano sensori CCD con un ampio spettro di sensibilità in bianco e nero insieme a filtri ottici colorati -verde, rosso e blu – e le immagini vengono unite in fase di elaborazione restituendo così la dinamica di colore originale.
Ma come fare lo stesso con una reflex entry-level, un mini grandangolo 18-55 e un treppiedi cinese?

Credit: Il Poliedrico

In pratica ho fatto due riprese: una perfettamente a fuoco e una seconda volutamente fuori fuoco, dove al posto delle stelle puntiformi adesso erano presenti dei cerchietti della luce diffusa dalle sorgenti più brillanti.
Per prima cosa ho convertito dai RAW  le immagini in un formato più maneggevole, in questo caso il JPEG, ma confido che col BMP o il TIFF – che sono formati non compressi – potrei ottenere risultati anche migliori, questa era soltanto una prova 4.
Con l’immancabile Gimp 2.6 poi ho corretto il fondo cielo come già descritto alle due immagini e ho sfocato con un algoritmo gaussiano l’immagine sfocata facendo in modo che le sagome dei cerchietti di luce sfumassero dolcemente nel fondo cielo.
Poi ho sommato questa in primo piano all’immagine a fuoco – mantenuta in secondo piano usando la tecnica dei livelli – e ho giocato con la trasparenza del livello per ottenere il migliore risultato visibile.
Il risultato già buono però mostrava ancora una forte spillatura delle sorgenti puntiformi rispetto al loro sfondo colorato, questo perché gli oggetti a fuoco erano ancora troppo piccoli e saturi per una buona resa artistica.
Anche in questo caso i filtri gaussiani di Gimp si sono rivelati essenziali. Dopo aver centrato la falsa doppia θ Tau 5 ho cercato di sfumare le sorgenti puntiformi cercando comunque di non fondere la luce di θ Tau in una chiazza indistinta.
Dopo aver fuso tutti i livelli ho leggermente intensificato la luce delle stelle senza cercare di rovinare tutto: et voilà, le stelle ora hanno il loro colore 6!


Pi, Einstein e altre storie

Nella giornata di oggi ricorre la nascita di uno dei più grandi geni dell’umanità: Albert Einstein, nato appunto il 14 marzo 1789 a Ulm in Germania.

Questo giorno poi è stato dedicato – non so bene da chi – al numero irrazionale più conosciuto nel mondo: Pi greco.
Sicuramente è per la notazione della data nel mondo anglosassone dove prima viene il mese e poi il giorno: 3.14 .
Certo è curioso come la data di nascita di Einstein sia uguale al 3 e 14 che ci insegnano a scuola 1 .
Pi greco è certamente la costante matematica più usata in quasi tutti i campi scientifici: dall’ingegneria alla chimica, dalla fisica particellare all’astrofisica, passando per l’elettronica e, ovviamente, la geometria.
Conosciuto da almeno  4500 anni – giorno più, giorno meno – dagli antichi egizi, e sviluppato concettualmente in forma più astratta e precisa dai greci 2, la rappresentazione decimale di pi greco troncata a 11 cifre decimali è abbastanza buona per valutare la circonferenza di un cerchio che si inserisce all’interno della Terra – che non è poi così tonda – con un errore di meno di un millimetro, mentre se si vuole essere più precisi, la rappresentazione decimale di pi greco troncata alle 39 cifre decimali è sufficiente per stimare la circonferenza di un cerchio che si inserisce nell’universo osservabile con precisione paragonabile al raggio di un atomo di idrogeno.
A cosa serve quindi una maggiore precisione nella conoscenza di pi greco?
Praticamente forse a niente, in teoria serve a tutto, mantiene viva la nostra innata curiosità umana. Ricordiamoci che senza di essa oggi non saremmo qui ma penzoleremmo ancora da un ramo di qualche albero come le scimmie nostre antenate.

Buon Pi-Einstein day!


Venere e Pleiadi: una spettacolare combinazione!

Credit: Il Poliedrico

Prendete quanti giorni ci sono in un anno terrestre 1 e dividetelo per 13. Fatto?
Adesso moltiplicate quel risultato per 8. Vi viene 224 e rotti? Bene, sappiate che quel numero è qualche centesimale più grande del tempo impiegato da Venere a compiere un giro attorno al Sole espresso in giorni terrestri, che è appunto 224,700.

Credit: Il Poliedrico

Tutta questa matematica serve a dimostrare che le orbite della Terra e di Venere sono in risonanza 13/8, cioè quando Venere compie 13 orbite complete la Terra ne compie 8.
Per questo ogni 8 anni e un pezzettino – i famosi centesimali – vediamo Venere nello stesso punto relativo del cielo, e per questo ogni 8 anni – e un pezzettino – Venere passa vicinissimo allo scrigno di gioielli del Nord: le Pleidai.

Ora se osservate l’immagine piccola vedrete che Venere compie una sinusoide che allontana  Venere dalle Pleiadi sempre di più. Possiamo dire che siamo abbastanza fortunati da assistere alla proiezione del pianeta proprio sopra l’ammasso, condizione che si ripeterà solo per i prossimi 48 anni, ad intervalli di 8.

Come osservare?
Con un binocolo o con uno strumento a grande campo e basso ingrandimento che abbracci tutte le Pleiadi e poco più, tanto più che la dispettosa Luna è in fase crescente dall’altra parte del cielo poco sotto a Marte.
Per questo sarà difficile gustare appieno l’evento ad occhio nudo, senza dimenticare che Venere è sempre più brillante, verso la fine del mese riuscirà a proiettare anche la sua pallida ombra.
Provate a fare anche qualche foto, credo che ne varrà la pena!

Buchi neri di un altro universo?

Distribuzione spaziale di 2074 GRBs osservati da BATSE, strumento a bordo del Compton Gamma Ray Observatory – Credit: Wikipedia .

Nel 1973 uno dei satelliti spia americani incaricati della sorveglianza degli esperimenti atomici Vela, registrò il primo lampo in luce gamma mai registrato nella storia dell’astronautica.
Fu però nel 1991 con il lancio del Compton Gamma Ray Observatory che la ricerca scientifica sui Gamma Ray Burst (GRB) potè progredire. Si scoprì che questi lampi – o almeno quasi tutti – non erano di origine galattica 1.

L’energia prodotta da un lampo gamma è enorme e nel corso degli anni sono tate proposte diversi meccanismi che possono innescare l’GRB, un po’ come avviene per le supernovae che si differenziano nel tipo di emissione luminosa a seconda dell’evento che ne è responsabile.

Animazione di una Collasar (click sull’immagine) Credit: NASA

Uno di questi è il modello Collapsar, ossia gigantesche stelle molto povere di metalli, con una massa attorno alle 40 masse solari e un momento angolare molto elevato che al termine della loro esistenza esplodono in supernova e il loro nucleo diventa un buco nero.
La materia degli strati esterni della stella precipita dentro il buco nero  appena formato creando un piccolo e densissimo disco di accrescimento. A questo punto si formano due getti di materia lungo l’asse di rotazione della precedente stella diventata buco nero; materia che ha velocità relativistiche pari 0,9999 c  e che rilascia la sua energia sotto forma di raggi gamma fortemente collimati, osservabili quindi da un osservatore che si trova lungo  il loro percorso.

La radiazione di Hawking
La Radiazione di Hawking viene prodotta in prossimità dell’orizzonte degli eventi di un buco nero dalle continue fluttuazioni quantistiche del vuoto che generano coppie di particelle virtuali 2 che si annichiliscono normalmente subito dopo essersi formate  (per questo non viene violato il 1° principio della termodinamica). Quando una coppia di particelle si forma vicino all’orizzonte degli eventi una di queste può cadere nel buco nero mentre l’altra sfugge e diventa reale; quella che cade è l’opposto della particella sfuggita, così il buco nero è in difetto di massa rispetto all’universo e quindi evapora.

Stelle con queste caratteristiche erano molto comuni all’inizio dell’Universo, quando era molto più piccolo di oggi.
Questo spiegherebbe anche la relativa isotropia, ossia l’uniformità nella distribuzione di questi lampi gamma nel cielo senza alcuna preferenza particolare per una qualsiasi direzione, osservata.

Anche altri modelli, non mutualmente escludibili secondo me, sono stati proposti per spiegare i GRB: dalla fusione di due  stelle di neutroni fino all’evaporazione di buchi neri primordiali 3 per effetto della Radiazione di Hawking.

La velocità di evaporazione prevista dalle equazioni di Hawking per un buco nero è inversamente  proporzionale alla sua massa, questo significa che questi buchi neri primordiali stanno terminando la loro esistenza circa in questo momento della storia dell’Universo e – almeno una parte – dei GRB osservati potrebbe essere il lampo di radiazione gamma che testimonia la fine di un buco nero primordiale 4.

Ma per due cosmologi, Bernard Carr della Queen Mary University di Londra e Alan Coley della Dalhousie University in Canada, oltre ai buchi neri primordiali dovremmo tenere conto anche di un’altra classe di buchi neri che non sono di questo universo ma addirittura di quello precedente, creatosi cioè prima del Big Bang attuale 5.

Il modello dell’universo ciclico – Credit: HowStuffWorks

Esiste una teoria cosmologica chiamata Universo Ciclico 6, che vuole che il nostro Universo sia nato da un altro universo che ha subito un precedente Big Crunch. Dopo il collasso avvenuto per contrazione gravitazionale, tutta la materia del precedente universo contratto fino a diventare una singolarità, rimbalza, creando un nuovo universo – il nostro – passando sempre da un Big Bang. Per questa teoria anche il nostro Universo alla fine dovrà ricomporsi in una singolarità per dar modo a un nuovo universo – successivo al nostro – di nascere.
Anche se la teoria dell’Universo  Ciclico fosse vera 7 e tutta la materia e l’energia dell’universo precedente è confluita in un punto per poi risorgere in un nuovo Big Bang, perché anche tutta l’informazione dello stato precedente non è andata distrutta?
Per i due scienziati i buchi neri che possono essersi generati nel precedente universo prima del Big Crunch possono essere sopravvissuti al Big Bang e essersi diffusi nell’attuale Universo preservando quindi l’informazione dell’universo precedente 8.
La massa di questi buchi neri pre-crunch sarebbe paragonabile a quella dei buchi neri primordiali del nostro Universo: da  qualche centinaio di milioni di chilogrammi fino a una massa solare. Praticamente i buchi neri con questo range di masse sarebbero riusciti a preservare la loro struttura rimanendo separati dalla singolarità creata dal Big Crunch e riuscendo a sopravvivere nel successivo Big Bang, penetrando così nel nuovo universo.

Anche il padre dei twistori Roger Penrose affermò di scorgere gli echi di onde gravitazionali di un universo precedente sotto forma di impronte nella radiazione cosmica di fondo, rimettendo in dubbio l’attuale modello inflattivo largamente accettato in cosmologia.

Certo è che questa ipotesi più che offrire un meccanismo che spieghi l’origine dei GRB, pare offrire lo spunto per una profonda riflessione sulla cosmologia e la fisica. Vera o sbagliata che sia questa ipotesi, è comunque Scienza.


Stelle neonate

Oggi Il Poliedrico è stato vittima di un attacco che ne aveva deturpato articoli e link degli ultimi tre mesi. Nonostante le precauzioni prese c’è sempre qualcuno più bravo pronto a scavallarle e ad approfittarne.
Ma per fortuna una lettrice attenta (grazie Raffaella!) mi ha avvertito e così ho potuto ripristinare Il Poliedrico dal precedente backup di ieri sera.
Questo infatti è un post per verificare che tutto sia tornato alla normalità d’esercizio.

Credit: NASA, ESA, and the Hubble Heritage (STScI/AURA)-ESA/Hubble Collaboration Acknowledgment: R. O'Connell (University of Virginia) and the WFC3 Scientific Oversight Committee

NGC 5128

Questa è una fotografia di NGC 5128 conosciuta anche come Centaurus A, una galassia a circa 11 milioni di anni luce dalla Terra. La ripresa del telescopio spaziale Hubble comprende, oltre al visibile, la banda ultravioletta e il vicino infrarosso, mettendo così in risalto il legame fra questi due estremi della luce e la nascita di nuove stelle.
I giovani ammassi stellari sono blu mentre i dischi di polvere protostellare dominano nell’infrarosso.

Il disco di polvere di Centaurus A è presumibilmente il risultato di una passata collisione – e fusione -con un’altra galassia. Il risultato di questa collisione è una nuova fase di nascite di stelle.
Come ho più volte detto la collisione di due galassie va inteso come due nuvole che si incontrano nel cielo e si fondono piuttosto che due auto che si scontrano: lo spazio fra le singole stelle è immenso e vuoto, e la velocità reciproca delle due galassie nonostante che sembri alta dà modo alle stelle di adattarsi alla mutata condizione gravitazionale.
Praticamente solo i gas e le polveri sono immediatamente coinvolti e reagiscono formando nuove  stelle.

Riferimenti:Firestorm of Star Birth in Galaxy Centaurus A


Congiunzione di sera bel tempo si spera!

Congiunzione Venere – Giove 12-13 marzo 2012
Credit: Il Poliedrico

La congiunzione Giove - Mercurio - Venere del 26 maggio 2013 - Credit: Il Poliedrico

Ormai mancano pochi giorni all’evento clou di questo mese: la congiunzione tra Giove e Venere.
Come potete vedere dall’animazione che ho preparato i momenti migliori saranno il 12 e il 13 marzo, quando Venere e Giove saranno separati da appena tre gradi.
Consiglio di iniziare le osservazioni già verso le 18:30, giusto per gareggiare, magari in compagnia di amici, a chi riesce a scorgerli per primo 1 anche se sarà possibile osservare i due astri vicini fin dopo le 22:00.
I consigli per un ricordo fotografico non sono poi molti. I due pianeti sono molto luminosi che anche con un tempo di scatto inferiore al mezzo secondo si ottengono ottimi risultati (ovvio comunque l’ausilio di un cavalletto o di un buon appoggio).
Un albero spoglio o la sagoma di una persona possono arricchire il quadro altrimenti vuoto, a voi la scelta della cornice. Non eccedete con gli ISO, tanto non ce n’è bisogno.
Un ultimo trucco: molte compatte non hanno la possibilità dello scatto remoto: usate il timer dell’autoscatto!

Se poi per motivi meteorologici o altro vi dovreste perdere questo evento, niente paura: la congiunzione del prossimo anno vedrà partecipe anche Mercurio in un fazzolettino di appena un paio di gradi quadrati, sarà più bassa all’orizzonte, ma sarà pur sempre un gran bello spettacolo!