Primo contatto e xenofobia antropocentrica

First Contact by *GrahamSym
Digital Art / Fractal Art / Raw Fractals ©2012

L’altro giorno un loquace Martin Rees 1, presidente della Royal Society, annunciava che entro pochi anni – il 2025 – saremmo stati in grado di osservare altri pianeti al di fuori del sistema solare. Queste possibilità potrebbero portare a scoprire una qualche forma di vita su di essi.
Oggi sento  invece che alcuni gruppi di fanatici fondamentalisti religiosi musulmani hanno ucciso l’ambasciatore americano in Libia come risposta a un pessimo film che gira in Rete con l’ardire che è blasfemo per la Religione Musulmana e il Profeta Maometto.

Questi fatti completamente slegati fra loro però mi fanno pensare.
Nulla mi renderebbe più felice che annunciare su queste pagine la notizia della scoperta di altre forme di vita extraterrestri, anche se queste fossero dei piccolissimi batteri. Significherebbe che il Cosmo non è davvero uno spreco di spazio 2, il sogno di una vita, la mia, e quello di migliaia di generazioni umane che hanno rivolto gli occhi al cielo e immaginato altri mondi abitati domandandosi se davvero erano soli sulle sconfinate rive del Cosmo, che si avvera.
Come verrebbe letto l’annuncio che non siamo soli nell’Universo dai barbari fondamentalisti che infestano tutte le religioni? Quale Sacra Scrittura, Torah, Bibbia o Corano tiene conto della non unicità della Vita, se non quella sulla Terra?

Guerra dei trent’annni, Battaglia della Montagna Bianca

Se una miope interpretazione di una qualsiasi Sacra Scrittura spinge ad uccidere nel nome di Dio come è accaduto in Europa negli ultimi mille anni, se in nome delle religioni si sono combattute guerre, massacrato popoli e assassinato persone innocenti, come ultimo l’ambasciatore americano Chris Stevens, cosa succederà quando verranno scoperte altre forme di vita al di fuori di quelle elencate dalle Sacre Scritture?
E se dovessimo scoprire altre forme di vita intelligente? Come si concilierebbero queste scoperte con le interpretazioni squisitamente antropocentriche della vita?
Non posso non pensare all’ondata di xenofobia fondamentalista che potrebbe travolgere la nostra civiltà se prima non impariamo a controllare i fenomeni fondamentalisti che scuotono troppo spesso le nostre società, dai Creazionisti che ancora credono che il mondo sia stato creato il 23 ottobre del 4004 a.C. verso l’ora di pranzo 3, ai fanatici religiosi che si fanno esplodere in un supermercato, o alle nazioni che si macchiano di genocidio in difesa della propria supremazia spirituale, politica o economica.

Una vittima innocente della tracotanza umana del XXI secolo a Gaza

Spesso in qualche dibattito accademico viene portato come confronto l’esperienza delle diverse società umane quando queste sono venute in contatto, come gli inglesi nel continente nord americano e gli spagnoli in Sud America: tutte le civiltà tecnologicamente inferiori sono state decimate e assorbite da quelle più forti.
Questo è un possibile rischio di quello che potrebbe accadere anche alla nostra civiltà tecnologicamente più arretrata casomai riuscissimo ad avere un Primo Contatto con una civiltà extraterrestre, non importa se solo attraverso le onde radio o impulsi di luce collimata o solo per la scoperta di un qualsiasi artefatto non umano; l’importante è scoprire che il genere umano non sia l’unica forma di vita senziente dell’Universo.
In questo caso credo che invece il pericolo più grande sia insito in noi, nella nostra gretta smania di superiorità antropocentrica e nel nostro modo di affrontare l’ignoto: quello  che non capiamo lo sbertucciamo, poi lo denigriamo e poi lo annientiamo, esattamente come abbiamo sempre fatto in tutto l’arco della storia umana. Il vero pericolo è dentro di noi.


PTF 11kx, un mistero da risolvere

PTF 11kx è il puntino blu in questa galassia a 600 milioni di anni luce di distanza.
Credit: BJ Fulton (Las Cumbres Osservatorio in rete Telescope Globale)

Le supernovae di tipo Ia sono degli ottimi indicatori di distanza su scala cosmica 1. È merito delle loro esplosioni se è stato possibile capire quanto sia enorme il nostro Universo.
Eppure di tutte le supernovae finora osservate non ce n’era una di cui si possedesse qualche indizio sul sistema progenitore, tutto era basato sull’intuizione teorica. Finora …
Infatti i ricercatori del Palomar Transient Factory, attraverso un complesso sistema di allerta computerizzato collegato al telescopio robotizzato Samuel Oschin da 120cm è riuscito a cogliere indizi sul sistema che ha dato origine alla supernova PTF 11kx.

 PTF 11kx è una supernova di tipo Ibis esplosa in una galassia a 600 milioni d anni luce (z = 0.04660) di distanza nella costellazione Lince 2 scoperta il 16 gennaio 2011.
Quando fu scoperta, la supernova mostrava strane righe del calcio il che è abbastanza insolito, tanto che i ricercatori del PTF allertarono subito i loro colleghi dell’Osservatorio Keck alle Hawaii.

PTF 11kx
Credit:astro.berkeley.edu

Presto gli astronomi del Keck si accorsero che il guscio di polveri attorno alla supernova responsabile delle righe di assorbimento del calcio era troppo lento per essere prodotto da una esplosione di supernova ma troppo velocemente per essere frutto del semplice vento stellare.
L’unica spiegazione plausibile era che questo guscio avesse avuto origine da una nova preesistente a PTF 11kx e che stesse rallentando quando fu investito dall’esplosione di supernova.
Nei giorni successivi il segnale del calcio stava scomparendo, quando 58 giorni dopo rieccolo apparire, sintomo evidente che i gusci concentrici erano evidentemente più di uno.
A questo punto era chiaro che il progenitore di PTF11kx era un sistema binario composto da una nana bianca e una supergigante rossa.

Altri studi non sono mai stati conclusivi sui sistemi progenitori di supernova. Una delle supernovae più precoci mai avvistate nonché  la più vicina Ia dal 1972, SN 2011fe, o se preferite PTF 11kly visto che fu scoperta dallo stesso team della nostra eroina e con gli stessi mezzi,  non ha mostrato particolari segnali che potessero dirci quali erano le condizioni fisiche preesistenti al momento dell’esplosione, ponendo limiti assai restrittivi sui possibili sistemi originari 3

PTF 11kx è un bel rompicapo: a un sistema binario come quello ipotizzato dagli astronomi non è insolito produrre più eruzioni di nova: nella nostra Galassia abbiamo RS Ophiuchi a non più di 5000 anni luce che lo fa abbastanza spesso (6 volte negli ultimi 114 anni, l’ultimo nel 2006) e sappiamo bene come funziona: una nana bianca sottrae materia dalla sua compagna gigante rossa per effetto mareale; la materia forma quindi un disco di accrescimento intorno alla nana bianca finché in un punto non si raggiungono temperature e densità tali da innescare una fusione nucleare. l’esplosione susseguente disperde il disco di accrescimento e il ciclo si ripete.
Quindi c’è da chiedersi come questa volta si sia potuto accumulare tanta materia fino al limite di Chandrasekhar di quasi 1,4 masse solari nel sistema progenitore fino a produrre una supernova.

Un mistero che se risolto potrebbe svelarci ancora molte cose sulle origini delle Candele Cosmiche.

Tre piccoli fotoni svelano la natura dell’Universo

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana …

… tre piccoli fotoni gamma – di quelli che vengono prodotti dal collasso di una stella molto grande – partirono per un lungo viaggio attraverso le sterminate praterie cosmiche promettendosi di non perdersi mai di vista …

Tre piccoli fotoni in vacanza 🙂
Credit: Il Poliedrico

Il viaggio dei tre fotoni è durato oltre 7 miliardi di anni, e per quanto sembri banale, ci ha svelato molte cose sulla natura del Cosmo che neppure il più sofisticato acceleratore di particelle probabilmente potrebbe mai dirci 1.

Ma facciamo un passo indietro.
Einstein e la sua Relatività Generale ci hanno spiegato che lo Spazio e il Tempo sono in realtà un’unica cosa e che la materia curva questo tessuto sotto il suo peso a qualsiasi scala la si guardi.
Al contrario, la Meccanica Quantistica ci spiega che a scale molto piccole come la scala di Panck – un  miliardesimo di miliardesimo del diametro di un elettrone.  – il tessuto dello spazio-tempo non è lineare come vuole la Relatività Generale ma diventa indistinto e spumoso con 5, 6 7 dimensioni strettamente arrotolate su sé stesse, fino a 15 o 20 per alcune teorie quanto-relativistiche.
È infatti questo il vero scoglio che rende inconciliabili la Relatività Generale e la Meccanica Quantistica: il modo di descrivere il tessuto dello spazio-tempo.

Diversi anni fa un brillante ricercatore italiano, Giovanni Amelino-Camelia, fisico teorico alla Sapienza di Roma, propose di un interessante modo di indagare nell’infinitamente piccolo: guardare verso l’infinitamente grande.
Il concetto di fondo è che gli effetti microscopici possono essere misurati più facilmente su scale macroscopiche. Ad esempio gli effetti microscopici del tessuto dello spazio-tempo sui nostri tre fotoni dovrebbero, per effetto dell’enorme viaggio percorso, essere amplificati fino a renderli rilevabili con gli strumenti oggi a disposizione.
In pratica, la luce si dovrebbe disperdere in diversi colori mentre compie il suo viaggio attraverso l’universo dal tessuto dello spazio, così come si diffonde nelle diverse lunghezze d’onda quando passa attraverso la struttura cristallina di un prisma.

 Nel maggio 2009 il Fermi Gamma Ray Space Telescope intercettò uno di questi lampi gamma registrando appunto i nostri tre piccoli fotoni.
Robert Nemiroff 2  astrofisico presso il Michigan Technological University, ha esaminato questi dati scoprendo appunto le tracce del passaggio dei tre quanti ad altissima energia – oltre 1 Gev, due all’interno dello stesso millisecondo, e un terzo ad appena un altro millisecondo dietro ai primi due.
Ora è improbabile che i fotoni siano stati emessi da lampi gamma diversi o da tempi diversi dello stesso fenomeno, per cui è ragionevole credere che i tre siano stati generati simultaneamente dallo stesso fenomeno, pertanto questi hanno percorso 7 miliardi di anni luce senza venire dispersi o diffusi dalla materia ordinaria – che ne avrebbe inevitabilmente alterato l’impronta energetica – percorrendo liberamente tutto lo spazio tra la Terra e la sorgente.
E questo è esattamente il tipo di radiazioni che il fisico italiano proponeva di cercare e studiare.

I risultati di Nemiroff pubblicati su Physical Review Letters 3 pongono un limite agli effetti dispersivi dello spazio dovuti alla schiuma prevista dalle teorie della Relatività Quantistica fino a energie e scale prossime alla massa di Planck.
Un limite che una futura Teoria del Tutto non può non tenerne conto.
A meno di incredibili coincidenze, ecco come tre piccoli fotoni possono aiutare a capire la natura più intima dell’Universo.


Altri riferimenti:

 

Un breve attimo di notorietà

Umby

Non sono molte le occasioni per chi come me ama parlare di scienza apparire su una rivista nazionale con un suo modesto lavoro.
Vi ricordate gli articoli sul Labeled Release Experiment 1  apparsi intorno aprile su questo Blog e poi culminati con l’intervista a Giorgio Bianciardi, ricercatore dell’Università di Siena 2?

Ebbene questa intervista – in versione quasi integrale – è stata ripresa e pubblicata (col mio consenso, si intende) su un’importante intervista astronomica nazionale, Coelum 3.
Tutto questo è per me naturalmente motivo di orgoglio, sarebbe sciocco da parte mia non ammetterlo. Ma è un risultato che devo unicamente a Voi Lettori che continuate a seguirmi e che mi sprona ancora di più nel mio modesto compito di divulgazione.


Un brindisi!

 

Umby

Come si dice in  questi casi? Dominio nuovo, offri da bere!
E credetemi, vorrei tanto offrire da bere a coloro che con pazienza e amore hanno letto con una certa continuità questo Blog.

Quando creai Il Poliedrico, nel gennaio del 2010 era ospitato sulla piattaforma Blogger di Google e mai avrei creduto che sarebbe cresciuto così tanto in appena due anni.
Non ringrazierò mai abbastanza Google di aver ospitato nei suoi server il primissimo Il Poliedrico. L’indirizzo c’è ancora come i suoi contenuti, il suo look azzurro e il logo che si è mantenuto in questi anni. Ovviamente dopo pochi secondi indirizza qui tutte le richieste di visualizzazione, dove si ritrovano anche tutti i suoi vecchi contenuti.
Il template originale era stato profondamente modificato ma era comunque troppo stretto per la mole di servizi che volevo offrire: pagine statiche con gerarchia di contenuti, una galleria di immagini propria (che presto ritroverete anche qui), un forum che non ebbe il successo sperato.
Per questo abbandonai Blogger dopo appena sei mesi e scelsi una piattaforma WordPress.

La scelta cadde sull’hosting gratuito di Altervista che ha ospitato fino ad oggi questo Blog.
Anche loro ringrazio dell’ospitalità, ma anche questa piattaforma alla fine è diventata troppo corta.
L’anno scorso comprai un dominio presso Altervista, ma era sfruttabile solo attraverso la tecnica del cloaking, che di fatto penalizza – e non poco – i siti che ne fanno uso all’interno dei motori di ricerca.
All’epoca non me ne resi conto, ma avrei dovuto stare più attento, ma si sa, nessuno nasce imparato.

Con la nascita del Progetto Drake, ospitato in multi-rete sullo stesso sito de Il Poliedrico, sono venuti a galla i molti limiti di questa soluzione, come la gestione dei plugin in conflitto, i limiti di banda e di connessione, di upload e di spazio di hosting. Limiti che ben inteso non possono pesare per un blogger con un sito amatoriale, ma chi come me vuole offrire sempre un qualcosa in più alla fine scopre che anche Altervista va stretta.
In più c’è il problema della condivisione:
un mezzo potentissimo per farsi conoscere per un blog sono i social network come Facebook, Twitter o Linkedin. La piattaforma gratuita di Altervista, ripeto ottima per molti aspetti, è usata anche purtroppo da attività poco serie, che campano di pubblicità ridondante e link a pagamento che poi si riversano sui social network con disagio per tutti.
Per esempio Facebook a così messo in quarantena molti IP appartenenti ad Altervista per limitare lo spam ed ha adottato la strategia della conferma sulla condivisione di un qualsisi contenuto proveniente da lì: ecco il perché dell’odioso captca che appariva quando condividevate un qualsiasi articolo del Il Poliedrico.

Adesso finalmente dovrei essermi liberato da tanti piccoli ostacoli che hanno impedito a questo Blog di crescere come ormai mi aspetto da esso.

Alzo il mio calice a Voi Lettori  con l’augurio che possiate sempre essere sempre più numerosi ed io di essere sempre all’altezza delle Vostre richieste!

 

Neil Armstrong è morto

Neil Alden Armstrong
5 agosto 1930 – 25 agosto 2012.
Credit: NASA

Ci sono cose che avrei non voluto mai scrivere.

Di Pacini, Dulbecco, oppure di Bernard Lovell, morto solo l’altro giorno.
Eppure sono qui a raccontarvi di un altro lutto, quello del Primo Uomo che ha messo piede su un altro mondo.
Neil Alden Armstrong aveva compiuto 82 anni lo scorso 5 agosto – era nato nel 1930 – e oggi si è spento a Cincinnati, nell’Ohio.

Era poco dopo le 22:00 del 20 luglio del 1969 che lo vidi per la prima volta;  forse ora non sarei qui a scrivere per Voi se quel momento non ci fosse mai stato.
Ero ancora un infante, e quella sera non non volevo andare a letto. Volevo stare lì incollato alla televisione come milioni di altre persone sparse nel Globo. Ero troppo piccolo per poterlo capire, ma intuivo che quello era un momento speciale, per me e per tutta l’Umanità.
Mi ricordo del simpatico siparietto fra Tito Stagno e Ruggero Orlando in America su quando il LEM si era posato sul suolo lunare e delle parole che Neil Armstrong pronunciò al momento in cui posò il suo piede sul suolo lunare.
Per tanto tempo per me è stata una frase sbiascicata e incomprensibile, ovviamente avevo letto la traduzione delle sue parole ma non riuscivo a intenderle nelle registrazioni, e al tempo in cui furono pronunciate non le compresi affatto.

Nemmeno un anno dopo, poco dopo il tramonto vidi una sottile falce di Luna nel cielo e poco sotto e un po’ più indietro un puntino luminosissimo. Chiesi a mia madre cos’erano e lei mi spiegò che quella era la Luna, dove erano stati gli astronauti.
Quel tramonto accese la mia fantasia e la mia passione per il vasto Oceano Cosmico, mentre sognavo  di essere uno di quei astronauti che come  buffi pupazzoni goffamente si muovevano su quello strano mondo senz’aria, proprio come aveva fatto Neil.

Poi ho fatto tutt’altro nella vita, ma il ricordo di Armstrong che scendeva la scaletta  del LEM ha segnato il mio percorso di vita.
Con vero affetto, grazie Neil Alden Armstrong.

Pronto il Sardinia Radio Telescope

Il Sardinia Radio Telescope – Credit: Istituto Nazionale di Astrofisica

Finalmente ci siamo!
Il più grande ed evoluto radiotelescopio interamente italiano ha visto la sua prima luce celeste l’8 agosto scorso.
Il Sardinia Radio Telescope (SRT) è nato grazie all’impegno e il contributo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, della Regione Autonoma della Sardegna e della Agenzia Spaziale Italiana.
Quest’ultima si avvalsa della preziosissima esperienza dell’Istituto di Radioastronomia di Bologna che gestisce il complesso di Medicina (BO) 1  dove gran parte del radiotelescopio è stato progettato.

La parabola del 32 metri di Medicina (BO)
Credit: il Poliedrico

Il progetto dell’SRT prese il via negli anni ’90 e doveva essere concluso nel 2006 2 anno in cui di fatto è iniziata la costruzione e terminato nel 2011, per una spesa complessiva di circa 60 milioni di euro.
I numeri dell’SRT sono di tutto rispetto: 3000 tonnellate di peso per 70 metri di altezza, e un paraboloide di 64 metri, il doppio rispetto a quello di Medicina. Comunque per le caratteristiche principali ci sono questi splendidi filmati realizzati dall’INAF che sono più esaustivi di mille parole che potete trovare a questo indirizzo.
Sottolineo solo che il paraboloide primario del radiotelescopio è dotato di superficie attiva realizzata con ben 1008 pannelli di alluminio per 1116 attuatori, come i più moderni telescopi ottici.
Questo è essenziale per le osservazioni a lunghezze d’onda millimetriche. Infatti lo spettro in cui opererà SRT comprenderà anche frequenze tra 23 e 100 GHz.
L’SRT potrà osservare nelle bande di frequenza tra 300 MHz fino a 100 GHz semplicemente scambiando i ricevitori nelle loro posizioni focali – ricevitori multi-beam,  uno dei motivi per cui è stata scelta la particolare configurazione gregoriana che genera il fuoco dietro la parabola principale.

Comunque l’SRT non sarà solo uno strumento di ricerca astrofisica, ma svolgerà anche le funzioni di controllo delle missioni automatiche di esplorazione planetaria e dei satelliti artificiali in orbita e analisi geofisiche molto accurate sui movimenti delle placche tettoniche.
Inoltre la superficie attiva dello specchio primario rende l’SRT particolarmente indicato per studiare nel millimetrico lo studio dei corpi celesti e le nubi molecolari.
Integrando l’SRT con gli altri radiotelescopi italiani di Medicina, Noto e San Basilio  si avrà la prima rete interferometrica italiana a lunga distanza (I-VLBI),  un unico radiotelescopio virtuale grande quanto è la distanza fra le varie antenne reali.

Per concludere, l’SRT è un chiaro esempio di cosa sia capace di produrre la ricerca e la tecnologia italiana, un autentico gioiello di cui andar fieri.


L’antico oceano di Marte

Nell’attesa che il rover Curiosity – sbarcato su Marte soltanto ieri l’altro – inizi il suo prezioso lavoro sul campo, vorrei ricordare l’ipotesi della presenza di un antico oceano sul Pianeta Rosso.

La Terra senz’acqua. Eppure da una analisi altimetrica dedurre dov’erano gli oceani non è difficile. Credit: Il Poliedrico

Provate ad immaginare che tutta l’acqua della Terra scompaia improvvisamente. Il favoloso Puntino Blu del cosmo ridotto a una insignificante palla polverosa.
Eppure nonostante tutto, per un osservatore attento non è impossibile ricostruire – con un certo margine di incertezza è ovvio – l’antico aspetto del pianeta.
In fondo non è difficile il concetto di fondo: tutti le foci dei corsi d’acqua terminano più o meno alla medesima quota con uno scarto di poche decine di metri, mentre una mappa altimetrica mostra tutte le aree al di sopra e al di sotto di tale limite.
Riassumendo, il Rio delle Amazzoni e il Gange, la Senna e il Tamigi, oppure lo Huáng Hé (Fiume Giallo) e il Mississippi hanno tutti una cosa in comune: sboccano tutti in diversi oceani comunicanti tra loro. Di conseguenza la quota delle loro foci, con lo scarto di pochi metri, è la stessa.
Una volta stabilito dalle analisi dei depositi di origine alluvionale e dalle tracce minerali che sul sasso polveroso una volta esisteva l’acqua allo stato liquido, immaginare l’esistenza di vaste distese d’acqua al di sotto della quota limite è il passo logico successivo; l’isoipsa 1 che congiunge tutte le foci rappresenta quello che adesso noi chiamiamo livello del mare.

Una rappresentazione artistica di come sarebbe potuto apparire Marte durante il Noachiano, 3,5 miliardi di anni fa. – Credit Wikipedia

Per nostra fortuna ancora la Terra non ha perso la sua acqua, lo farà fra diversi miliardi di anni se tutto va bene, ma c’è un posto dove si può verificare questo schema: Marte.
In un lavoro apparso nel 2010 su Nature Geoscience 2   i geologi planetari Gaetano D’Achille e Brian M. Hynek, all’epoca in organico all’Università del Colorado,  hanno analizzato i dati delle missioni NASA ed ESA a partire dal 2001 e hanno identificato almeno 56 strutture naturali che appaiono come antichissimi corsi d’acqua e le loro foci, identificandone almeno 29 che hanno in comune la stessa quota.
La superficie equipotenziale risultante pare essere un bacino che copre circa il 36% della superficie 3 marziana, che se fosse riempito d’acqua corrisponderebbe a circa 124 milioni di chilometri cubi distribuiti sull’emisfero settentrionale.
L’emisfero settentrionale di Marte è noto per avere una quota media notevolmente inferiore rispetto al resto del pianeta. Le pianure settentrionali conosciute con il nome di Vastitas Borealis si trovano 4-5 km al di sotto del raggio medio del pianeta; questa curiosa caratteristica di Marte è conosciuta come Dicotomia Marziana, scoperta nel 1972 dalla sonda Mariner 9.
Quindi la famosa dicotomia marziana avrebbe un significato ancora più preciso: circa 3,5 miliardi di anni fa il nord del pianeta occupato da un vasto e poco profondo oceano su cui spiccavano i coni di enormi vulcani. A sud una terra asciutta e solcata da fiumi che sfociavano a nord e una piccola calotta polare.

Scala termometrica dei termometri fiorentini.

AccademicoCelsiusFahrneith
0 °-20 °C-4 °F
13,5 °0 °C32 °F
30 °25 °C77 °F
50 °55 °C131 °F
Gli accademici fiorentini elaborarono varie scale termometriche e affidarono alla proverbiale abilità degli artefici di Corte la realizzazione di termometri suddivisi in 30, 50, 100 e addirittura 300 o 420 gradi. La scala dei termometri fiorentini veniva tarata in base a due temperature stimate invariabili dagli accademici: il punto fisso inferiore corrispondeva alla temperatura del ghiaccio fondente, mentre il punto fisso superiore, equivaleva alla massima temperatura raggiunta dall'esposizione al sole dello strumento durante la calura estiva. Il termometro cinquantigrado, utilizzato per le rilevazioni meteorologiche, segnava 11 - 12 gradi "ne' maggiori stridori del nostro inverno" e circa 40 gradi "nelle maggiori vampe della nostra state"
Credit. Accademia Galileiana del Cimento

L’estensione di Oceanus Borealis su Marte.
Credit: Università del Colorado

Comunque oggi è difficile immaginare Marte con un oceano di acqua liquida.
Adesso la pressione atmosferica diurna (636 Pa) supera appena quella del punto triplo dell’acqua 4 alle quote più basse. Più in alto questa può esistere solo come ghiaccio o vapore. Anche la temperatura media su Marte è di  -65° C, troppo poca percé l’acqua diventi liquida.
Quindi 3,5 miliardi di anni fa, durante il Noachiano 5, le condizioni ambientali dovevano essere molto diverse.
All’inizio Marte possedeva una atmosfera simile a quella attuale come composizione, ma molto più spessa, tanto da garantire sul Pianeta Rosso all’incirca la stessa pressione che c’è ora sulla Terra.
Il Sole, più pallido e piccolo di quello attuale, permetteva però un discreto effetto serra, probabilmente accentuato da più alte concentrazioni di metano atmosferico e nubi di anidride carbonica. Tutto questo avrebbe potuto innalzare la temperatura marziana sopra il punto di congelamento dell’acqua e consentire l’esistenza di un ciclo idrologico simile a quello terrestre, con nubi di vapore acqueo che si formavano sull’oceano e che si scaricavano sulla terraferma formando fiumi e scavando profonde gole.
La mancanza però di un campo magnetico importante 6 ha permesso in seguito al vento solare di spogliare Marte di gran parte della sua atmosfera e fatto evaporare il suo oceano rendendolo la piccola e polverosa palla di adesso.


 

Il padre del Jodrell Bank Observatory, Bernard Lovell è morto

Sir Bernard Lovell. Credit: Jodrell Bank, Università di Manchester

Avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 31 agosto.
Invece il 6 agosto 2012 si è spento nella sua casa nel Chesire Sir Charles Alfred Bernard Lovell, padre del radiotelescopio Jodrell Bank di cui fu anche direttore dal 1945 al 1980.
Bernard Lovell nacque il 31 agosto 1913 nel Gloucestershire e studiò fisica presso l’Università di Bristol, ottenendo il dottorato nel 1936.
In seguito lavorò allo studio dei raggi cosmici presso l’Università di Manchester fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Durante la guerra contribuì allo sviluppo del radar H2S 1 per il quale fu premiato con l’Ordine dell’Impero Britannico nel 1946.
Tornato a Manchester alla fine del conflitto, continuò le sue ricerche con le conoscenze acquisite sui radar, dimostrando che è possibile rilevare le meteore che entrano nell’atmosfera dagli echi radar che producono ionizzando l’aria.

Credit: Jodrell Bank, Università di Manchester

Ideò il radiotelescopio di Jodrell Bank nel 1946 per sfuggire alle rumorose interferenze dei tram elettrici di Manchester, che all’epoca della sua costruzione era il più grande radiotelescopio orientabile del mondo 2, ben 76 metri di diametro.
Sir Lovell nel 1961 fu nominato cavaliere per i suoi contributi allo sviluppo della radioastronomia, mentre nel 1981 ricevette la Medaglia d’Oro della Royal Astronomical Society.

Nel 2009 Sir Lovell svelò che durante la guerra fredda, il radiosservatorio di Jodrell Bank divenne parte di un sistema di allarme rapido per gli attacchi nucleari.
Per questo,  i sovietici avrebbero cercato di ucciderlo con una dose di radiazioni letali.
Su questa storia Sir Lovell ha scritto un resoconto completo dell’incidente con le istruzioni che sarebbe stato pubblicato dopo la sua morte.

Un resoconto che avremmo preferito non leggere ancora.