The Neutrino Song

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Sono passate tre settimane dalla pubblicazione su arXiv della presunta scoperta dei neutrini superluminali fatta dai fisici del CERN-Gran Sasso.
Tralascio volutamente le sciocchezze e gli sfondoni che la stampa generalista ha scritto su questa scoperta; gli errori, talvolta anche gravi da meritare l’insufficienza in un compitino di scuola media, si sono sprecati.
Tra questi soloni dell’informazione aggiungo il MIUR, che con vari comunicati in successione cercava di giustificare le sciocchezze del comunicato precedente, fino a che questi non sono stati rimossi tutti dal sito del Ministero.

Lasciamo alla Comunità Scientifica internazionale il compito di risolvere l’enigma dei neutrini superluminali, per ora gustiamoci il simpatico motivetto della band irlandese 1.

Toor a loo, toor a loo, toor a loo, toor-a-lino, is light now slower than a neutrino?

La magia della Luna Piena

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Credit: Il Poliedrico

Questo è un momento magico che si ripete ogni anno.
I pleniluni attorno all’equinozio d’autunno 1 hanno tutti una particolarità unica: nei giorni successivi la Luna non sorge col solito ritardo di 50-60 minuti, ma il ritardo rispetto al giorno precedente si assottiglia talmente da raggiungere per quest’anno, e per le coordinate dello scrivente, i 23 minuti per il plenilunio di settembre e i 29 minuti per  quello di ottobre 2.

 Nel Nord America il plenilunio di settembre viene chiamato Harvest Moon, La Luna del Raccolto. La paternità di questo nome è da attribuirsi ai nativi americani perché indicava il momento della raccolta del mais. Al culmine del raccolto, gli agricoltori avevano la possibilità di prolungare il lavoro fino a tarda notte grazie alla luce della Luna. Infatti per il paio di notti intorno alla Harvest Moon, la Luna sembra sorgere quasi alla stessa ora ogni notte: con un ritardo di appena 25 – 30 minuti  negli Stati Uniti rispetto alla sera precedente, e solo intorno  10 – 20 minuti dopo per gran parte del Canada e del Nord Europa.
Il plenilunio di ottobre  – che poi non è comunque troppo distante nel tempo dall’equinozio di autunno – sempre dai nativi americani è conosciuto come Hunter Moon o Blood Moon,  la Luna del Cacciatore o la Luna Sanguigna,  per ovvi motivi.
È il periodo in cui le foglie degli alberi diventano rosse e cadono. Per i nativi americani era giunto il momento di assicurarsi una buona scorta di carne per affrontare il lungo inverno. Dopo il periodo della raccolta di settembre i minuti in più di luce assicurati dalla Hunter Moon erano preziosi per cacciare gli animali  prima che il clima quasi invernale diventasse troppo rigido e spingesse questi nelle tane in letargo.

 Siete a conoscenza di tradizioni simili nel nostro Vecchio Continente o nelle nostre campagne? Scrivetemelo, sarò lieto di accogliere i vostri ricordi delle nostre tradizioni ormai quasi dimenticate.

 

Buon riposo Steve Jobs

Umby

Stanotte è morto Steve Jobs, fondatore ed ex amministratore delegato di Appe Inc.

Nel bene o nel male Steve Jobs ha cambiato il nostro modo di vivere e di lavorare.
Come avevo già raccontato l’anno scorso su queste pagine 1, lo spirito di  innovazione di Jobs ha davvero cambiato il mondo: da un’interfaccia a caratteri del primo Apple I, alla grafica con finestre di Lisa e dei primi Macintosh, che solo lo strapotere della Microsoft relegò a prodotti di nicchia.
Infine è arrivato il supporto tattile con l’Iphone e evolutosi concettualmente con l’Ipad, tanto da costringere le aziende concorrenti a sviluppare sistemi simili che ormai stanno via via sostituendo il classico pc portatile.
È vero, e non lo nego, che adesso la Apple ha preso una strada che non condivido, quella di essere diventata un marchio di tendenza che fornisce prodotti assai più costosi del loro reale valore per un pubblico di fans su scala mondiale.
Questo però è marketing, come quando una parte di italiani compravano l’automobile Fiat nonostante che fosse peggiore della concorrenza straniera perché era italiana, o l’altra parte non la comprava per principio per lo stesso motivo.
È altrettanto vero che la Apple – come molte altre aziende del settore – produce i suoi prodotti in Cina attraverso la Foxconn, una multinazionale di Taiwan con stabilimenti nella Repubblica Popolare Cinese che rifornisce anche Nokia, Sony etc., dove la manodopera è pagata 51 centesimi di dollaro l’ora, e che Steve Jobs al contrario del rivale Bill Gates non faceva donazioni miliardarie di beneficenza.
Questo però e il mondo reale. Il mondo che abbiamo costruito con le nostre scelte politiche e sociali, il mondo della globalizzazione capitalista ci permette di giocare con i nostri ninnoli supertecnologici pagandoli relativamente poco perché sono realizzati da qualcuno nel mondo reale per cifre da fame. Se adesso usiamo Internet, leggiamo la posta elettronica sullo smartphone preferito, o ci gustiamo l’ultimo film super effettoso in 3D stravaccati sul divano di casa, ricordiamoci che tutto questo è spesso frutto di lavoro sottopagato da qualche parte del mondo, magari nella Cina Comunista che per essere un sistema politico di popolo sembra sia governata da masochisti anoressici, o dagli gnomi di Babbo Natale, visto come vengono (sotto)pagati gli operai cinesi.

A questo punto concludo dicendo che Steve Jobs è stato un gran sognatore che ha rivoluzionato il mondo nel suo settore, quello tecnologico, e noi adesso ne riscuotiamo i benefici.
Dare a lui la colpa di essersi arricchito sfruttando manodopera a basso costo 2  piuttosto che per le sue idee rivoluzionarie, no, non me la sento  perché la colpa di questo sfruttamento è comune, è di noi pingui occidentali che preferiamo i nostri ninnoli tecnologici e certi agi a basso costo piuttosto che batterci per un mondo più giusto e onesto.

Blues per il Pianeta Rosso

Marte, nonostante l’immaginario collettivo, non è un buon posto per viverci noi, piccoli e fragili esseri umani, a meno di poderosi progressi tecnologici e investimenti. Per ora è molto meglio lasciare che macchine automatizzate ci mostrino il Pianeta Rosso da vicino.

Credit: HiRISE, MRO, LPL (U. Arizona), NASA

Sembrano ricami dorati in un immacolato abito da sposa.
In realtà sono camini di ghiaccio secco che si scoprono verso la fine dell’estate marziana nell’emisfero sud del pianeta quando la calotta polare sublima.
Marte, ce lo dicono tutte le missioni robotizzate che hanno raggiunto il pianeta, è bellissimo e desolato. Un unico immenso deserto rosso con due calotte di bianchissimo ghiaccio secco e ghiaccio d’acqua che si espandono e contraggono col variare delle stagioni.
La superficie marziana è composta da basalti e argille ricche di ferro: infatti, come hanno dimostrato le diverse missioni robotizzate di superficie – prime fra tutte le celebri sonde Viking I e II – il suolo marziano è chimicamente molto reattivo.
Il ferro contenuto nel terreno è fortemente ossidato, ed è appunto questa ruggine che conferisce a Marte il suo tipico colore rossastro.
Per questo tutte le ricerche in loco di forme di vita, ancorché batteriche, ha prodotto risultati negativi  o, al più, dubbiosi: il suolo ricco di ossidi e di argille non consente, per ora, di dare una risposta definitiva alla domanda che da secoli viene posta su Marte: “c’è vita o c’è mai stata?

La presenza di smectiti (un tipo di argille) nel suolo marziano fu accertato fin dalle missioni Viking 1 le quali posero seri problemi agli esperimenti biologici delle sonde proprio per la loro alta reattività chimica che falsava qualsiasi esperimento.
Adesso uno studio guidato da Catherine Weitz del Planetary Science Institute, 2 ha scoperto che all’interno di un gruppo di canyon chiamato Noctis Labyrintus ci sono segni evidenti della possibile presenza d’acqua allo stato liquido nel lontano passato di Marte, circa 2-3 miliardi di anni fa 3 4.
Questa scoperta è stata fatta utilizzando le  immagini ad alta risoluzione della fotocamera  High Resolution Imaging Science Experiment e dati spettrali della Compact Imaging Spectrometer for Mars Reconnaissance della navicella orbitale  Mars Reconnaissance Orbiter, unite ai modelli digitali del terreno marziano per  determinare elevazioni e visualizzare i rapporti geometrici tra le informazioni raccolte.
Probabilmente Marte ha avuto più episodi in cui l’acqua liquida può essere scorsa in quella regione  e aver depositato i minerali che aveva disciolto più a monte.
Nel corso del tempo può aver scavato il gruppo di canyon, differenziando i depositi per era geologica come avviene sulla Terra. Forse anche il  vulcanismo della zona di Tharsis può aver liberato acqua liquida dal sottosuolo che ha dilavato i canyon in epoche successive.
Quest’ultimo meccanismo spiega le presunte differenze di acidità (Ph) dell’acqua responsabile dei diversi depositi identificati dal team (il Ph dell’acqua modifica la composizione chimica dei depositi di cui è responsabile).

LE ERE MARZIANE

PRENOACHIANO
 Il Prenoachiano  inizia con l’accrescimento e la differenziazione del pianeta circa 4,5 miliardi di anni fa  e la formazione del bacino da impatto Hellas, tra 4,1 e 3,8 miliardi di anni fa. Quasi tutte le testimonianze di questo periodo geologico sono state cancellate dall’erosione atmosferica e da impatti meteorici nelle ere successive. 
 NOACHIANO
  Il Noachiano (dal nome della regione di Noachis Terra) è l’intervallo di tempo tra 4,1 e 3,5 miliardi di anni fa. Le regioni originatesi in questo periodo sono caratterizzate da crateri d’impatto abbondanti e di notevoli dimensioni. Si pensa che durante quel periodo su Marte sia esistita acqua allo stato liquido abbastanza da di creare mari interni.
 ESPERIANO
 L’Esperiano (dal nome dell’Hesperia Planum) si estende da 3,5 a 2 miliardi di anni fa 5, ed è caratterizzato dalla formazione di pianure laviche particolarmente estese che hanno contribuito al catastrofico rilascio di acqua dal sottosuolo che formò effimeri mari nelle pianure dell’emisfero nord.
 AMAZZONIANO
L’Amazzoniano (dal nome diAmazonis Planitia) è l’attuale era marziana che inizia con la fine dell’Esperiano. Le regioni formatesi in questo periodo sono relativamente povere di crateri, e la loro struttura è unicamente dovuta all’attività geologica. L’acqua liquida in superficie scompare e Marte diventa un freddo deserto secco.

Comunque sia, l’ipotesi che in un lontano passato Marte abbia ospitato le condizioni climatiche favorevoli per l’esistenza di acqua allo stato liquido è affascinante, perché sono le stesse condizioni di contorno richieste dalla Vita a Base Carbonio come quella sulla Terra.

Permettetemi una riflessione 6:

All’inizio Marte, dopo la sua formazione, aveva una composizione chimica dell’atmosfera molto simile agli altri due pianeti interni: Venere e Terra, cioè metano, anidride carbonica e ammoniaca.
Per tutto il Noachiano e gran parte dell’era successiva questa composizione permise a un poderoso effetto serra di mantenere la temperatura superficiale oltre il punto di congelamento dell’acqua, la quale arrivava sulla superficie attraverso il massiccio bombardamento di materiale cometario verso i pianeti interni che caratterizzò i primi 2 miliardi di anni del nostro sistema solare.
Assieme all’acqua cometaria arrivò sul Pianeta Rosso anche materiale organico precursore della Vita che trovò un ambiente favorevole per svilupparsi.
Anche qui, come sulla Terra, si svilupparono forme fotosintetiche di batteri,  i quali si resero responsabili, come sulla Terra, di una Catastrofe del’Ossigeno 7 marziana, spiegando così il terreno fortemente ossidato ancora presente.
Verso la fine  dell’Esperiano il progressivo rilascio nell’atmosfera di Marte  di ossigeno provocò la scomparsa dei gas serra che avevano garantito le relativamente alte temperature di prima. Mentre la Terra si congelò completamente con i suoi oceani, Marte vide assottigliarsi la sua atmosfera che, a causa del minor peso dell’ossigeno molecolare che aveva sostituito il metano e l’anidride carbonica, iniziò a disperdersi nello spazio grazie alla bassa velocità di fuga del pianeta, che è poco meno della metà di quella terrestre.

Credit: NASA Jet Propulsion Laboratory - California Institute of Technology

Così credo che Marte sia diventato il luogo freddo e inospitale che  è adesso. Un pianeta che ha vissuto i primi istanti della nascita della Vita Batterica e che però poi non è stata in grado di continuare il suo percorso evolutivo perché ha distrutto il fragile ecosistema del piccolo pianeta su cui era nata.
Dopo 2 miliardi e mezzo di anni non sarà facile trovare tracce di vita su Marte, dovremo accontentarci di prove indirette e supposizioni. Se esistono ancora forme di vita estremofile sarà un bel grattacapo riuscire a scovarle direttamente, a meno che la ormai prossima missione Mars Science Laboratory col suo rover Curiosity non  faccia davvero la tanto attesa scoperta.

Ottobre, il mese delle stelle cadenti

Abbiamo avuto un paio di giorni fantastici pieni di Scienza. Non che negli altri giorni questa manchi, solo che tra la scoperta -per ora presunta – dei neutrini muonici superluminali e la caduta del satellite UARS, la Scienza almeno per un paio di giorni è stata protagonista delle prime pagine dei giornali.
Peccato per lo scivolone del titolare del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che improvvidamente non ha prestato la dovuta attenzione il suo comunicato di congratulazioni 1. Come si insegna agli infanti: “quando non si sa cosa dire, meglio tacer ” forse in quel caso sarebbe stata più opportuna … una bella scena muta!

Il radiante delle Draconidi - Credit: Il Poliedrico

Il prossimo mese inizierà alla grande, cielo permettendo: la Terra sarà investita come ogni anno tra il 7 e il 10 di ottobre dallo sciame meteorico delle Draconidi.
Questo sciame è originato dalla cometa periodica 21P/Giacobini-Zinner, una cometa che ha l’afelio poco oltre l’orbita di Giove, il perielio pressappoco all’altezza dell’orbita terrestre ed è quasi perpendicolare all’eclittica, per questo lo sciame a lei associato sembra provenire quasi dal Polo Nord Celeste.
La 21P/Giacobini-Zinner raggiungerà il nodo discendente intorno al 18-20 febbraio 2012, arricchendo così la quantità di materiale meteorico per le Draconidi del prossimo anno, che probabilmente sarà più interessante del passaggio di quest’anno, cui peraltro le previsioni danno uno ZHR discreto 2.
Nel 2018 la 21P addirittura sarà al perigeo con la Terra proprio in prossimità del nodo intorno al 20 di settembre, ripetendo quindi più o meno le condizioni del 1985, quando fu registrato uno dei massimi picchi delle Draconidi del secolo scorso.

Tornando allo sciame delle Draconidi, quest’anno sarà disturbato dalla presenza della Luna quasi piena, limitando di fatto la visibilità delle meteore più deboli.
Anche chi si volesse cimentare nelle riprese fotografiche dovrà tenere conto che la luminosità diffusa del cielo porterà a saturazione i sensori o le pellicole molto presto, a scapito della ripresa. Comunque provarci con la tecnologia attuale ormai non costa niente.

Ottobre sarà un mese molto attivo per le stelle cadenti. Già in questi giorni sono iniziate le attività delle Tauridi Sud che finiranno a novembre, la tabella che vi propongo mostra gli sciami meteorici attivi nel mese di ottobre:

SCIAME INIZIO PICCO FINE FASE 3
Draconidi 06/10 08/10 10/10 C.  88%
Tauridi Sud 10/09 10/10 20/11 C.  97%
δ Aurigidi  10/10 12/10 18/10  P. 100%
ε Geminidi 14/10 18/10 27/10  D.  68%
Orionidi 02/10  21/10 07/11  D.  37%
Leo Minoridi 19/10 24/10 27/10  D.    9%
Tauridi Nord 20/10 12/11 10/12  D.  98%

 

A questo punto non resta che scegliere la serata più adatta.

UARS: tanto tuonò che piovve

Come dissi anche ieri mattina sulla pagina Facebook di questo Blog 1 non è possibile con certezza stabilire il luogo di caduta di un satellite che si sbriciola nell’atmosfera con quella velocità orbitale.

Infatti, dopo innumerevoli annunci che davano per certo che il satellite stesse per cadere ora  nell’Oceano Indiano, ora in Europa 2 o in Canada, L’UARS ha scelto invece di innabissarsi nell’Oceano Pacifico in un’area vasta 800 chilometri, ma il luogo esatto e l’ora ancora non sono stati resi noti.

Come dire: se L’UARS piove, sceglie di piovere sul bagnato … oceano.

Neutrini più veloci della luce? forse sì forse no …

È di queste concitate ore la notizia che gli scienziati dei laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare  del Gran Sasso in collaborazione con quelli del CERN di Ginevra avrebbero scoperto che una forma dei neutrini associati al muone (\nu_\mu\,) supera la velocità della luce nel vuoto è 1 di circa 20 parti per milione.

Di per sé se venisse confermata la scoperta sarebbe semplicemente devastante: infatti per la meccanica relativistica niente può superare la velocità della luce purché abbia una massa – per quanto piccola – ma non nulla. E i neutrini, per pur piccola che sia, hanno una massa e per questo non dovrebbero nepure eguagliare la velocità della luce nel vuoto c, anche se dopo i fotoni sono le particelle più veloci.

Le prospettive che si aprirebbero a mio avviso possono essere sostanzialmente due:
la meccanica relativistica e la sua controparte quantistica potrebbero risultare essere una versione semplificata di una più ampia meccanica superluminare, forse una vera TOE (acronimo inglese per Theory Of Everything), un po’ come la meccanica newtoniana lo è per quella relativistica, oppure l’oscillazione neutrinica durante il percorso ha subìto uno strappo – ha preso una scorciatoia – sfruttando una di quelle dimensioni arrotolate che le bozze delle TOE attuali richiedono per essere coerenti.
Infine potrebbe anche essere un errore di riduzione dei dati raccolti, uno di quelli a cui proprio non si penserebbe mai, un po’ come quando si perde un pomeriggio a cercare gli occhiali e che poi si hanno sulla testa.

Basta, tra tunnel spaziali, passaggi extradimensionali, sto solo facendo della fantascienza anche se l’occasione di dire la mia era troppo ghiotta anche a costo di scadere nel ridicolo per lasciarla perdere.
Aggiungo solo che i dati della – per ora presunta – scoperta sono disponibili su Arxiv a questo indirizzo. Leggeteli e poi venite a commentare qui, o sul forum o su Facebook.

 

UARS 23/09/2011: la fine di un satellite

UARS Artist Concept - Credit: NASA

L’Upper Atmosphere Research Satellite (UARS) è stato un satellite per lo studio dell’alta atmosfera, in particolare ha monitorato la qualità dello strato di ozono che protegge la Terra dalla radiazione ultravioletta del Sole.
Al momento del lancio nel 1991 il satellite pesava 5.900 kg e la sua missione doveva durare solo tre anni, ma il buono stato degli strumenti ha permesso di prorogarla fino al 2005, quando l’UARS fu dismesso nel dicembre di quell’anno e immesso in un’orbita di rientro.

Dopo 6 anni quel momento è arrivato.
Il rientro dell’UARS è previsto per il 23 settembre (domani), con lo scarto di un giorno.

Immagine del satellite UARS ripresa dall'astrofilo Jim Saueressig II il 20 settembre 2011 a Burlington, Ks. Notate la luminosità della traccia nonostante il crepuscolo mattutino. - Credit: Jim Saueressig II

Per ora non è possibile fare previsioni certe su quale sarà l’area della caduta.
La NASA per questo ha disposto un servizio RSS per gli aggiornamenti.
Si prevede che la disintegrazione della UARS produrrà una palla di fuoco che potrebbe essere visibile anche in pieno giorno.
Ma non tutti i frammenti bruceranno durante il  rientro nell’atmosfera:  secondo gli esperti della NASA ci potrebbero essere fino a 26 detriti 1 potenzialmente pericolosi  che impatteranno la superficie in un’area di 4-500 chilometri di raggio alla velocità di 44 metri al secondo.

 Potete seguire le ultime orbite del satellite UARS attraverso il link utile che ho messo a disposizione nella colonna a lato cliccando su Satellite Tracking Flyby e cercarlo nel cielo. Buona fortuna!

La Nebulosa Polletto

 

 

 

Osservate questa meravigliosa immagine della Nebulosa Lambda Centauri, nota anche come IC 2944.
L’Osservatorio europeo meridionale (ESO) ha pubblicato questa immagine di oggi (21 settembre 2011) ripresa col Wide Field Imager sul telescopio MPG/ESO da 2,2 metri a La Silla,Cile.
Si tratta di una nube di idrogeno, illuminata da calde stelle appena nate nella costellazione del Centauro.

Qualcuno ci vede la testa di un rosso polletto,  voi?

Dalla longitudine alla velocità della luce, storia dei satelliti Medicei

…il giorno 7 gennaio del corrente anno 1610.
all’una di notte , mentre osservavo gli astri
celesti con il cannocchiale, mi si presentò
Giove, e dato che mi ero allestito uno
strumento davvero eccellente, mi avvidi che gli
stavano vicino tre Stelline invero piccole , ma
assai luminose…e mi destarono una certa
meraviglia perché, per il fatto che sembravano
disposte secondo una precisa linea retta e
parallela all’Eclittica e più luminosa di altre
di pari grandezza.
(Sidereus Nuncius, Galileo Galilei)

 

Credit: Il Poliedrico

Oramai tutti noi abbiamo presente la planimetria del nostro globo, la foma dei continenti e – più o meno – dove sono le più importanti città del mondo.
Ora per ricavare le coordinate assolute in ogni punto del pianeta richede solo una manciata di secondi e un qualsiasi navigatore GPS incluso oramai anche in moltissimi telefonini.
Beh, una volta non era così. La latitudine non era un problema, bastava misurare l’altezza della Polare per stabilirla, ma fino all’avvento delle radiocomunicazioni che permettevano la trasmissione istantanea dei segnali di tempo, era un problema calcolare la longitudine di un qualsiasi luogo.
La longitudine infatti si calcola misurando in maniera più precisa possibile il tempo locale e facendo la differenza con il tempo del meridiano di riferimento (adesso Greenwich Mean Time (GMT)).
Galileo Galilei, studiando i moti dei Satelliti Medicei si accorse ben presto che questi vanno incontro a periodici transiti dietro il pianeta gigante (occultazioni) o dietro il suo cono d’ombra (eclissi), tanto  precisi  da poterli usare come un orologio celeste.
Nel frattempo una delle potenze mondiali di allora, la Spagna, aveva promesso col suo re Filippo III una ricompensa a chiunque avesse trovato un efficace rimedio al principale problema della navigazione di allora, la determinazione della longitudine, causa principale di innumerevoli sciagure e naufragi dell’epoca.
Galilei mise a punto delle effemeridi e propose il suo metodo ai reali di Spagna, ma fu bocciato dai consiglieri del re 1.
Il metodo galileiano per produrre longitudini esatte vide il successo solo dopo la morte dell’astronomo pisano, e solo sulla terraferma, dove si poteva disporre di osservatori più stabili di un cannocchiale sul ponte di una nave. Per queste vide il successo di cronometri sempre più precisi ed affidabili 2, che facevano ricorso a un altro principio fisico scoperto da Galileo Galilei: l’isocronismo del pendolo.

Nella seconda metà del seicento, Giovanni Cassini (lo scopritore della omonima divisione negli anelli di Saturno e della celebre Macchia Rossa di Giove0) e il suo assistente danese Ole Rømer all’Osservatorio di Parigi si accorsero che vi erano delle discrepanze tra i tempi previsti dei transitti dei Satelliti Medicei e la posizione di Giove e la Terra lungo le loro orbite, in particolare i transiti anticipavano quando la distanza tra i due pianeti era minima e posticipavano quando questa era massima.
Questa fu la prima conferma sperimentale che la velocità della luce è finita. Rømer la calcolò in 210.800 chilometri al secondo, un valore inferiore a quello reale di 299.792,458 km/s dettato unicamente dalla scarsa precisione degli strumenti che Rømer e Cassini avevano a disposizione.
Come amo ripetere ai miei figli non è importante un calcolo sbagliato, quanto capire il concetto e arrivare alle conclusioni giuste. Rømer lo fece.