Caccia più dura agli esopianeti

La ricerca di esopianeti all’interno di ammassi stellari, come ad esempio 47 Tucanae (47 Tuc), sta dando molti meno risultati di quanto inizialmente si era previsto. Ma per questi dati pare esserci una spiegazione che merita di essere narrata.

47 Tucanae

Come illustrano John Debes e Brian Jackson della NASA Goddard Space Flight Center a Greenbelt, Maryland in un articolo che potrebbe essere prossimamente pubblicato sulla prestigiosa rivista Astrophysical Journal, questo è dovuto essenzialmente alle caratteristiche fisiche dei singoli sistemi negli ammassi stellari: quelli più giovani hanno maggiori possibilità di ospitare stelle con sistemi planetari che quelli più antichi.

Finora sono stati scoperti 490 esopianeti, ma come fa notare Debes, essi orbitano per lo più attorno a stelle singole, perché negli ammassi stellari (e nei sistemi multipli in generale n.d.r.) le perturbazioni gravitazionali possono essere abbastanza importanti da espellere gli eventuali corpi planetari;  inoltre, come spiega Jackson, si dovrebbe tener conto anche di un altro fattore importante, la metallicità delle stelle dell’ammasso: più questo è basso, più è antico e meno materia più pesante dell’idrogeno e dell’elio è stata disponibile per la creazione di pianeti.

Ma il lavoro dei due ricercatori non si ferma a queste considerazioni abbastanza scontate, essi hanno elaborato un modello che tiene conto soprattutto di un altro fattore che finora era stato trascurato: le orbite molto strette dei pianeti gioviani caldi, che rappresentano una grandissima percentuale degli esopianeti finora scoperti -anche perché sono quelli che hanno più possibilità di essere scoperti per la loro notevole influenza sulla stella principale- li espone al rischio concreto di venire cannibalizzati dalle loro stelle per effetto delle perturbazioni mareali che farebbero decadere la loro orbita fino a farli cadere sulla stella nell’arco di pochi miliardi di anni.
Qesto nuovo modello spiegherebbe perché all’interno di 47 Tucanae non sarebbe stato finora scoperto alcun pianeta, nonostante che i ricercatori se ne aspettassero almeno una dozzina su circa 34 mila stelle, senza aver bisogno di ricorrere alla scarsa metallicità del sistema per spiegare i risultati del sondaggio, come dice anche Ron Gilliland, dello Space Telescope Science Institute di Baltimora che ha partecipato allo studio su 47 Tucanae.

Rappresentazione artistica di WASP12-B cortesia NASA

In pratica questi pianeti gioviani caldi, orbiterebbero attorno alla loro stella con orbite molto più piccole di quella di Mercurio (sotto gli 8-10 milioni di chilometri) tanto da creare un effetto di marea, un rigonfiamento, sulla superficie stellare. Questo rigonfiamento segue l’orbita del pianeta e ne riduce l’energia, e quindi il raggio, di conseguenza l’azione mareale aumenta in cascata.
Gli ultimi momenti di vita di questi pianeti sarebbe drammatica: l’attrazione gravitazionale della stella strapperebbe via l’atmosfera del torrido  pianeta per poi assorbirlo completamente nella fotosfera (un po’ come accadrà alla Terra quando il Sole diverrà una gigante rossa, ma quella è un’altra storia). Un candidato ideale per questo fenomeno pare che sia già stato scoperto: si tratta di WASP12-B.

Questo nuovo modello indicherebbe che entro il primo miliardo di anni almeno un terzo dei pianeti gioviani caldi verrebbe distrutto.
La bontà di questo promettente studio potrebbe arrivare dalla missione Keplero, che studierà quattro diversi gruppi di stelle, che non saranno densi come un ammasso globulare, ma che hanno un’età stimata compresa tra meno di mezzo miliardo a quasi 8 miliardi di anni, e tutti dovrebbero avere abbastanza materia prima per formare un numero significativo di pianeti.  Se  i calcoli di Debes e Jackson hanno ragione, ci si dovrebbe attendere una quantità tre volte maggiore di pianeti gioviani caldi negli ammassi più giovani rispetto a quelli più vecchi.
Se questo modello verrà dimostrato, la caccia agli esopianeti potrebbe essere ancora più difficile e la stima di questi sistemi planetari caratterizzati dai gioviani caldi potrebbe essere sopravvalutata. Ciò implica che dovremmo osservare per un tempo molto più lungo un gran numero di stelle con strumenti più sensibili per cercare pianeti più deboli per avere una comprensione migliore dei sistemi planetari extrasolari.


La missione Keplero è gestita dal NASA Ames Research Center, Moffett Field, California.

Una nuova cosmologia che non fa Bang

Uno dei più grandi meriti della scienza è quello senza dubbio di avere il coraggio di ridiscutere tutti i suoi principi senza perdere di vista il suo obbiettivo, che è quello di spiegare razionalmente l’Universo che ci circonda, che sia un batterio o una galassia, un protone o un fiocco di neve, non importa.
Così, quando Wun-Yi Shu, ha proposto una nuova interpretazione del modello cosmologico attuale conosciuto come Big Bang, ho accolto la notizia con curiosità, senza pregiudizi o speranze o scetticismo, plaudendo alla capacità della scienza di rinnovarsi continuamente.

Legge di Hubble
Questa fu proposta da Edwin Hubble nel 1929 per spiegare lo spostamento verso il rosso delle righe spettrali di oggetti a distanza cosmologica; questa legge indica una relazione lineare tra il redshift della luce emessa dalle galassie e la loro distanza: tanto maggiore è la distanza della galassia e tanto maggiore sarà il suo redshift secondo l’equazione:

z = H0 D/c

dove z è il redshift misurato della galassia, Dc è la velocità della luce e H0 è la costante di Hubble, che secondo gli ultimi studi è di 74 km/s per Megaparsec con un margine d’errore del 4,3%. è la sua distanza,

Wun-Yi Shu ha proposto una interessante lettura partendo dalla metrica di  Friedmann-Lemaître-Robertson-Walker per creare un modello cosmologico che non facesse uso di due concetti non proprio bellissimi: la singolarità iniziale del Big Bang e l’energia oscura.

La singolarità iniziale nasce quando si tenta di risalire alle condizioni iniziali dell’Universo partendo dagli assunti attuali, come il redshift delle galassie e la massa stimata dell’Universo come ci vengono narrate dalle osservazioni astronomiche,  e le leggi fisiche come le conosciamo.
Il primo ad ipotizzare un punto d’origine iniziale fu Georges Lemaître nel 1927, indipendentemente da Alexander Friedmann; in seguito il modello del Big Bang fu esteso per rispondere ai nuovi interrogativi che sia la fisica quantistica (una asimmetria tra barioni e antibarioni nella composizione dell’Universo) che le osservazioni scientifiche (la radiazione cosmica di fondo da Arno Penzias e Robert Wilson nel 1964) fino ad arrivare a l’attuale modello inflattivo proposto da Alan Guth e a Alexei Starobinski agli inizi degli anni ’80.

L’introduzione dell’energia oscura  nell’attuale modello cosmologico si è reso necessario per spiegare le osservazioni che indicano un universo in accelerazione, ma il primo ad introdurre questo concetto fu Einstein con la costante cosmologica, un’ipotetica forma di energia con pressione negativa sul tessuto dell’Universo per contrastare le osservazioni di Hubble che portavano ad una singolarità iniziale. In seguito Einstein dichiarò che introdurre la costante cosmologica fu il suo più grande errore, ma quando fu sviluppata una teoria quantistica della materia, si scoprì  che il vuoto avesse una energia negativa, con una azione antigravitazionale e capace di accelerare l’espansione dell’universo.

L’importanza di c
Spesso c’è la tendenza di pensare che la velocità della luce sia costante, ma non lo è. In un corpo cristallino come ad esempio un diamante la  luce subisce un fenomeno di assorbimento-emissione che riduce la sua velocità a poche decine di migliaia di chilometri al secondo.
c invece è una proprietà dello spazio-tempo che i fotoni raggiungo nel vuoto perché non hanno massa.

Invece Wun-Yi ha reinterpretato le costanti universali come  c (equivalente alla velocità della luce nel vuoto) e la costante di gravitazione universale G rendendole variabili e postulando nelle nuove equazioni di campo dove G/c2 e quindi  G(t)/c(t)2=1. In questa nuova cosmologia in cui la massa si converte in distanza e viceversa -non voglio tediare il lettore con la dimostrazione matematica- l’unica costante invariabile rimane il tempo, quindi non può esistere né un principio (la singolarità iniziale), né una fine temporale (quindi anche se l’espansione dell’Universo accellera non può esserci una fine, ma questa è dovuta unicamente da G/c2 e non un’energia repulsiva oscura), ma una continua rimestura della massa che si converte in distanza equivalente.
Di ipotesi cosmologiche alternative al Big Bang ce ne sono molte e ne nascono in continuazione, ma questa è facile da confutare o meno: finora queste due costanti cosmologiche sono state oggetto di precise misurazioni e niente finora a dato prova della loro variabilità o di questo loro legame. In più questa ipotesi cosmologica, anche se pretende di spiegare alcune incongruenze nella luminosità delle supernove di tipo I nelle galassie più distanti nello spazio-tempo (questo mi fa ripensare all’apparente incongruenza dell’età degli ammassi stellari più antichi con l’età presunta dell’Universo), ma non spiega ad esempio la radiazione cosmica di fondo e la sua origine.
Mi fa anche pensare ad un’altra teoria cosmologica (smentita dalle osservazioni): quella dello stato stazionario di Hoyle, in cui avviene una creazione continua di materia (un atomo di idrogeno per metro cubo per un miliardo di anni) in palese contraddizione con il postulato della conservazione di massa.
Attualmente tutto il castello teorico del Big Bang includendo il modello inflattivo e l’energia oscura è in grado di fare previsioni sullo stato osservabile dell’Universo in accordo con le osservazioni fino a pochi microsecondi dopo il presunto Big Bang e solo quando arriverà una teoria migliore di questa potrò abbandonarla.

Posso dire che questa cosmologia di Wun-Yi non mi convince, neppure sul piano matematico, ma il bello della scienza è proprio questo: pensare e immaginare l’impensabile e avere il coraggio di esporlo, nella Scienza non ci sono gerarchie. la Scienza non ha dogmi o interessi particolari da difendere se non quello di ampliare la nostra conoscenza; pertanto applaudo a Wun-Li Shu per il suo coraggio, invitandolo a continuare nella sua ricerca.

Un palazzo in Paradiso

Il 15 ottobre 2003  il taikonauta cinese Yang Liwei ha pilotato il Shenzhou-5 in orbita per 21 ore prima di tornare sulla Terra.

La Cina così è entrata nell’esclusivo club di nazioni -Russia e Stati Uniti- che sono in grado di mandare  un essere umano in orbita con i propri mezzi.

In questi giorni la Cina ha superato l’economia giapponese e adesso è seconda solo rispetto a quella degli Stati Uniti d’America.
Sulla bontà del modello economico cinese non posso pronunciarmi, ma i risultati ottenuti dalla Repubblica Popolare restano comunque notevoli: basta guardare ai faraonici complessi che ha edificato per le Olimpiadi di Pechino nel 2008 per farsene un’idea.

Adesso i cinesi, lungi dall’essere quel popolo che stupidi luoghi comuni raccontano,  ha messo a segno un altro formidabile punto, stavolta nell’ingegneria aerospaziale: dopo essere stata la terza nazione che ha mandato autonomamente uomini in orbita dopo Unione Sovietica e Stati Uniti nel 2003, ha completato il primo modulo della sua futura stazione spaziale nazionale: il Tiangong 1 (che significa “Palazzo del Paradiso”).
Questo primo modulo verrà messo in orbita tra il 2010 e il 2011 senza equipaggio:  questo servirà di approdo come stazione scientifica per le prossime missioni spaziali cinesi -Shenzhou-8, Shenzhou-9, e Shenzhou-10 – e dovrebbe venire ingrandito attraverso  il Tiangong-2  previsto per il 2013 e il Tiangong 3  che sarà ultimato qualche tempo dopo, probabilmente tra il 2014 e il 2016, secondo le autorità cinesi. Con questi tre moduli attualmente in costruzione,  i cinesi costruiranno una base spaziale modulare come la Stazione Spaziale Internazionale, forse solo un po’ più piccola, che verrà usata molto probabilmente per una possibile missione lunare con equipaggio umano proposta per il 2017, anche se  quest’ultima missione per ora non è stata calendarizzata.

Per questa notizia non posso scrivere di più, La Cina si sa… è misteriosa e la sua scrittura lo è ancor di più…

Sognando cieli sereni

 

© Umberto Genovese

Almeno per me quest’anno l’incontro con le Perseidi non è stato molto fortunato: vari problemi, per fortuna temporanei, di salute mi hanno costretto a saltare l’appuntamento col cielo per quei mirabili giorni. Quindi non ho la più pallida idea di come sia stato là fuori, anche se la memoria degli scorsi anni mi fa credere che anche l’appuntamento di quest’anno sia stato più che discreto. Anche l’attesa congiunzione Venere Marte e Saturno è dovuta saltare, ma per quella la colpa principale era del maltempo che chiudeva -almeno per me- l’orizzonte con pessime nuvolacce. In effetti un tentativo di fotografia la sera del 10 agosto l’ho fatto, ma con pessimi risultati, come potete vedere dalla foto qui accanto.
Credo che mi rifarò con la congiunzione Venere – Spica per il 31 agosto, a quel tempo sarò in ferie e credo che sarà un degno appuntamento  da non perdere. Come è ormai consuetudine del Poliedrico, pubblico volentieri la carta del cielo anche per questo appuntamento, con la speranza che questa volta vada tutto bene.

Per quanto riguarda invece le Lacrime di San Lorenzo non posso che consigliare a tutti di visitare le splendide foto presenti in questa galleria curata dal NASAJPL Meteor Shower Group, dove sono raccolte alcune delle foto scattate a questo spettacolare evento.

Le rivelazioni dell’ovvio

Nei giorni scorsi Stephen Hawking ha di nuovo messo n subbuglio i media di tutto il mondo con un’altra notizia che per gli scienziati pare come sempre abbaastanza ovvia, ma che per i media disattenti appare eclatante: per loro non  è la notizia data, ma chi è stato a dirla, a renderla degna d’attenzione.

La volta precedente Hawking destò scalpore quando narrò sui concreti rischi per il genere umano in caso di un eventuale incontro ravvicinato. Anche in quel caso molti ciarlatani e sedicenti esperti persero l’ennesima  ghiotta occasione per tacere, e parlarono di un Hawking mistificatore della realtà, di aiuti alieni allo sviluppo della civiltà umana, etc…, arrivando perfino a scomodare anche il Vaticano che ormai non esclude a priori la sempre più sicura esistenza di forme di vita extraterrestri. Ma cosa disse lo scienziato britannico di tanto strano?
Le forme di vita più comuni nell’universo sono sicuramente forme di vita elementari basate sul carbonio: virus, spore e batteri.  Queste in caso di contatto anche accidentale possono rivelarsi letali per l’intero genere umano, come anche essere assolutamente innocue, non è possibile saperlo a priori. Per questo i primi astronauti venivano posti in quarantena rigidissima al loro rientro sulla Terra. Quindi un  eventuale  primo contatto della specie umana con altre forme di vita exterrestri è presumibile che avvenga a con queste.
L’altro caso di contatto è quello che ufologi e contattologi  sono convinti  che addirittura ci sia già stato in passato e che sia in atto anche ora: un contatto fisico con un’altra specie senziente extraterrestre. Per questi alieni poter arrivare sin qui sulla Terra significa solo una cosa:  essi sarebbero talmente avanti dal punto di vista tecnologico da considerare l’essere umano ancora all’età della pietra, nonstante i nostri iPad, Internet planetaria (quasi 😛 ), e tv via satellite. Potrebbero osservarci alla stessa stregua di come un biologo osserva una capsula di Petri, un allevatore di cincillà guarda le gabbiette dei suoi esserini pensando alle future pelliccie o come una compagnia petrolifera trivella un pozzo off shore senza curarsi dell’habitat marino.  In tutti i casi a rimetterci sono le forme di vita inferiori. Quasi certamente si riproporrebbe l’evento di quando Cortes sbarcò in sudamerica, gli indios furono sì uccisi dai fucili spagnoli, ma molti di più morirono per il raffreddore, endemico per gli invasori, letale per i nativi. Questi eventi sono stati narrati anche dalla fantascienza come ad esempio nella Guerra dei Mondi di Herbert George Wells, o The Quatermass Experiment di Nigel Kneale, e discussi scientificamente da Carl Sagan durante la sua tasmissione televisiva Cosmos nel 1980, ma i media solitamente assopiti si sono svegliati solo quando Hawking ha parlato.

Questa volta Hawking ha stupito tutti di nuovo quando ha raccontato la realtà nuda e cruda: la Terra obbiettivamente non è più in grado di sostenere l’attuale ritmo di sfruttamento,  un’idea che tra l’altro  è stata espressa più volte dal mondo accademico internazionale, magari con toni un po’ accesi come quando il biologo australiano Frank John Fenner parlò di estinzione del genere umano. Anche per Stephen Hawking l’unico modo per garantire un futuro vero alla razza umana è quello di migrare nel cosmo, né più nè meno di quello che buona parte del mondo scientifico –  e anche il Poliedrico qui – ha sempre sostenuto fin dagli inizi dell’era spaziale:  Gerard Kitchen O’Neill, già nel 1969 studiò la fattibilità di costruire isole artificiali nello spazio intorno al nostro pianeta, usando anche la Luna come fonte di molte materie prime che sarebbe stato troppo costoso mettere in orbita dalla Terra.
L’enorme spesa per la campagna militare del Vietnam spinse gli Stati Uniti – l’unica nazione con know out tecnologico adatto capace di sostenere finanziariamente una campagna spaziale così ampia fino a  quel momento- a sospendere il programma Apollo e con esso anche i progetti per una futura colonizzazione umana stabile dello spazio.
Anche in questo caso si fa sentire la necessità di un’Agenzia Spaziale sovranazionale, che a nome dell’intera specie umana riprenda in mano l’idea della colonizzazione spaziale. Non possiamo permettere che sia una sola nazione a parlare per tutto il genere umano -anche perché un progetto simile sarabbe insostenibile finanziariamente per un singolo paese, sarebbe quantomeno ingeneroso chiedere giusto un passaggio a chi si è faticosamente costruito la strada senza aver partecipato alla sua realizzazione. Quindi ben venga la provocazione di Hawking se serve a spronare i governi a prendere coscienza del problema,   e per capire le notizie date dai media tradizionali in cerca solo di scoop ferragostani, rivolgetevi al Poliedrico.

Il Sole verso il massimo

© Shawn Malone - LakeSuperiorPhoto.com - http://bit.ly/aVdFiF

E così è iniziato: col ritorno delle macchie solari che avevano tenuto col fiato sospeso gli astrofisici e gli eliofili di tutto il mondo è tornato a crescere il numero di macchie solari sul disco del Sole e con esse l’attività solare.

Le macchie solari sono zone della superficie solare dove affiorano intensi campi magnetici, prodotti all’interno del Sole stesso attraverso un effetto dinamo alimentato dalle forti correnti elettriche prodotte dal plasma. Le macchie appaiono scure perché i campi magnetici inibiscono il normale trasporto di energia dall’interno della stella verso la superficie. Per questo le macchie hanno una temperatura di 3-4000 °C, rispetto alla temperatura della fotosfera del Sole di 5600 °C.

Il  Ciclo Solare 24 è iniziato l’8 gennaio 2008, ma cause fino ad allora poco conosciute avevano impedito l’insorgere delle nuove macchie solari in barba a tutte le previsioni, tant’è che la loro scarsa presenza o assenza aveva fatto ipotizzare che il Sole stesse andando verso uno stato di quiescenza che aveva prodotto il Minimo di Maunder negli anni a cavallo tra il 1645 e 1715, o quantomeno come il Minimo di Dalton che ci fu tra il 1790 e il 1820. Questi periodi furono caratterizzati da inverni insolitamente rigidi e estati tiepide, tanto che il Minimo di Maunder è stato chiamato anche “Piccola Era Glaciale” e le cronache inglesi dell’epoca narrano di un Tamigi congelato a Londra d’inverno e sede di spettacoli e danze di pattinatori.
Questo importante particolare dovrebbe far riflettere sul legame tra il ciclo solare  delle macchie, l’irraggiamento solare e la temperatura media del pianeta,  l’influenza del Sole sul nostro clima globale è più di una semplice speculazione: se è vero il principio antropico del global warming, pensate l’incredibile regalo che ci ha fatto il nostro Sole per 2 anni e che stupidamente non abbiamo saputo sfruttare.
Il numero delle macchie solari è tornato a salire dal dicembre 2009 e i segnali di una ripresa attività solare sono dimostrati  dalle recenti e spettacolari aurore registrate.

La foto qui sopra  è stata scattata da Shawn Malone il 3 agosto appena fuori Marquette, nel Michigan, durante l’aurora boreale susseguente il flare di classe C dei giorni precedenti. Marquette è appena a 46° Nord, il che la rende la testimonianza di un’aurora boreale più a sud che abbia trovato tra quelle di quest’anno. Questa foto è stata scattata più o meno alla stessa latitudine delle nostre Alpi, quindi è plausibile supporre che anche  dalle stesse latitudini del continente europeo sia stato possibile osservare questo interessante fenomeno, tanto più che l’altitudine delle Alpi compensa in minima parte anche la curvatura terrestre. Se qualcuno ha notato e fotografato questa -o altre- aurore recenti ci scriva, saremmo lieti di offrire lo spazio per presentare il suo lavoro.

Agosto 2010: un mese molto ricco

Per stampare la mappa del cielo, cliccare l'immagine.

Questo mese di agosto si mostra molto ricco dal punto di vista astronomico, non c’è solo l’appuntamento delle note Lacrime di San Lorenzo (vedi Le lacrime di San Lorenzo 2010), ma soltanto poche ore prima, alle 19:20 Tempo Locale di Siena (comunque valido con scarto di pochi minuti per tutta l’Italia) sarà possibile vedere questo meraviglioso grappolo di corpi celesti subito dopo il tramonto, un po’ come accadde il 14 luglio scorso (vedi uno spettacolo gratuito) ma senz’altro più ricco.


Tutti i tempi da me riportati nelle carte non comprendono la deviazione dell’ora legale, pertanto dovete, quando questa è in vigore, sommare un’ora a quella indicata dalle mappe.

C’è Vita anche laggiù

La ricerca di altre, nuove forme di Vita deve innanzitutto partire da questo pianeta, Come potremmo altrimenti essere preparati a riconoscere la Vita se non la sappiamo vedere nemmeno quella che abbiamo sotto gli occhi?  Per le altre civiltà… per ora c’è tempo…

 

 

La nave da ricerca Cape Hatteras

Nell’ottobre del 2009, una ricerca geologica sugli ambienti estremi, indizi biologici e chimici per le origini e l’evoluzione della vita, finanziata in parte anche dalla NASA, ha scoperto il pozzo idrotermale più profondo mai conosciuto, a quasi 5.000 metri al di sotto della superficie del Mar dei Caraibi occidentali. Gli effetti di questa ricerca saranno quelli di estendere la conoscenza dei limiti della Vita sulla Terra, necessari anche a pianificare e a preparare nuovi studi nella ricerca di vita su altri pianeti.

Il gruppo interdisciplinare che ha effettuato la scoperta era composto da ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institution, del Woods Hole  Massachusetts e dallo scienziato Max Coleman della NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California, a bordo della nave da ricerca Cape Hatteras. Utilizzando anche dei veicoli robotici, hanno cercato camini idrotermali nelle acque profonde, lungo un percorso di 110 chilometri nelle  Mid-Cayman Rise, una cresta a lentissima diffusione situata nella depressione Cayman al largo delle coste dell’Honduras  – il punto più profondo nel Mar dei Caraibi, dove le zolle caraibica e nord americana si incontrano.
Mentre i camini idrotermali sono stati scoperti più di 30 anni fa, la maggior parte delle catena montuosa Mid-Ocean Ridge -che si snoda per più di 56 mila chilometri tra i continenti della Terra, è ancora in gran parte inesplorata. Anche se l’attività geotermale si verifica un po’ su tutti i punti di diffusione della crosta in tutto il mondo, gli scienziati sono particolarmente interessati alle lentissime creste di diffusione come quello delle Cayman, perché qui si possono osservare sistemi particolarmente interessanti per la chimica pre-biotica e le origini della vita.

La zona delle ricerche è racchiusa dall’ellisse

I ricercatori hanno individuato ben tre siti idrotermali diversi in uno spazio di 100 chilometri, quando questi se ne aspettavano solo uno, ognuno dei quali rappresenta un diverso tipo di interazione acqua-roccia. La diversità delle scoperte, le loro impostazioni geologiche e loro relativo isolamento geografico rendono la Mid-Cayman un ambiente unico nel oceani del mondo.

“Questa è stata probabilmente la spedizione più a rischio che io abbia mai intrapreso”, ha detto lo scienziato Chris German, geochimico alla Woods Hole Oceanographic Institution, che ha aperto la strada all’uso di veicoli sottomarini autonomi per la ricerca di camini idrotermali. “Sappiamo che i camini idrotermali appaiono lungo le creste ogni 100 km circa. Ma questa cresta dorsale è di soli 100 chilometri di lunghezza, per cui ci aspettavamo di trovare le prove per un solo sito al massimo. Quindi trovarne tre  è stata una sorpresa – ma poi scoprire che i nostri dati indicano che ogni sito rappresenta un diverso stile di scarico – uno per ogni genere conosciuto, il tutto in più o meno lo stesso posto – è stato straordinario. “

hydrothermal_vent“Essendo i più profondi, questi camini idrotermali sostengono le comunità di organismi che sono le più lontane dalla superficie dell’oceano e dalle fonti di energia come la luce del sole”, ha detto Max Coleman. “La maggior parte della vita sulla Terra è sostenuta da catene alimentari che iniziano con la luce solare come fonte di energia. Questa non è una opzione possibile per la vita in profondità nell’oceano di Europa (un satellite ghiacciato di Giove), che è tra le priorità dalla NASA per una futura esplorazione. Tuttavia, gli organismi attorno agli sfiati profondi ottengono energia dalle sostanze chimiche dei fluidi idrotermali, uno scenario che pensiamo sia simile al fondo marino di Europa, e questo lavoro ci aiuterà a capire ciò che potremmo trovare quando vi cercheremo la vita. “

“Siamo stati particolarmente felici di questa scoperta a quasi 5.000 metri di profondità”, ha detto Julie Huber, astrobiologa presso il Marine Biological Laboratory di Woods Hole, che ha anche raccolto e analizzato i campioni, “Non abbiamo alcun dato sull’attività microbica negli sfiati idrotermici a questa profondità. Con questa combinazione di estrema pressione, temperatura e chimica, siamo sicuri di poter scoprire nuovi microbi in questo ambiente. Non vediamo l’ora di tornare alle Cayman e riprendere i campionamenti nel prossimo futuro. Siamo sicuri di ampliare i parametri conosciuti per lo sviluppo della vita sul nostro pianeta esplorando questi nuovi siti.”

Galileo Galilei e il meraviglioso mondo degli anelli

Ammetto di non essermi stupito che un evento così importante non sia stato rammentato. Forse L’italico popolo suo discendente era ancora troppo preso con le vuvuzelas e i Mondiali di Calcio appena conclusi (malamente per l’Italia), o forse era per il lassismo culturale che una classe politica incolta e prona agli interessi soprattutto economici di un piccolo stato estero ha interesse che prosperi.



Saturno visto dalla sonda Cassini, cortesia Nasa

Sono passati ben 400 anni da quando l’astronomo pisano Galileo Galilei puntò il suo cannocchiale verso Saturno: era appunto il 15 luglio dell’anno 1610, appena 4 mesi dopo la pubblicazione del suo Sidereus Nuncius.

Galiei rimase sorpreso da quello che vide, tanto che scrisse:

Saturno in uno schizzo di Galileo nel 1610

“la stella di Saturno non è una singola stella, ma è un composto di tre, che quasi sembrano toccarsi, non si modificano o si spostano l’uno rispetto all’altro, e sono disposti in una fila lungo lo zodiaco, quello centrale è tre volte più grande i due laterali, e si trovano in questa forma  oOo.”
Per prudenza, all’inizio tenne per sé la scoperta, facendone voce solo con i suoi mecenati.
Ai colleghi invece recapitò un anagramma a fine luglio: “smaismrmilmepoetaleumibunenugttauiras” , e che svelerà poi a novembre rivelando la soluzione:
Altissimum planetam tergeminum observavi

Galilei nei suoi appunti descrisse  Saturno come una oliva se veniva osservato con strumenti poco potenti, ma che a quelli con maggior ingrandimento appariva la sua natura di triplice corpo.
Però già nel 1616, già i due corpi minori gli apparivano più simili a triangoli,  facevndo apparire Saturno più simile ad una ellisse.

 

In questi gorni di metà luglio,  se alzate gli occhi al cielo dopo il tramonto  potete ammirare una sfilata di gioielli nel cielo, tra questi c’è anche Saturno, potete prendere spunto dalla mappa che ho pubblicato qui.

Curiosity for Mars

Embedded video from
NASA Jet Propulsion Laboratory California Institute of Technology



Spirit,Sojourner e Curiosity

Spirit, Sojourner e Curiosity (1)

Ormai ci siamo! dopo i ritardi nella messa a punto del sofisticato sistema delle ruote che ne aveva fatto slittare il lancio previsto a dicembre dello scorso anno, oramai è quasi tutto pronto per la prossima finestra di lancio prevista per l’autunno 2011 e per lo sbarco successivo su Marte  nel 2012. Curiosity (questo è il suo nomignolo, il nome vero è Mars Science Laboratory) sarà molto più grande e sofisticata dei cuginetti Sojourner, Spirit e Opportunity.

Curiosity infatti peserà ben 800 Kg di cui ben 65 saranno composti da strumenti scientifici. Un ciclope se rapportato ai precedenti rover Spirit e Opportunity che ne pesavano soltanto 185, ma dotato di una formidabile vista stereoscopica tridimensionale grazie alla MastCam, la quale fornirà al rover spettri multipli e immagini a colori in alta definizione  da 1200×1200 pixel e con possibilità di riprendere video ad alta definizione di 1280×720 pixel a 10 frame al secondo con compressione hardware. Le due camere di cui è composta la MastCam saranno in grado di riprendere immagini di oggetti ad una distanza di 1 km con una risoluzione di 10 cm per pixel. Una bella vista, non c’è che dire per un ciclope.

(1)

Sarà la missione scientifica più avanzata di qualsiasi altra missione su Marte e gli strumenti scientifici sono stati forniti dalla comunità scientifica internazionale; Curiosity avrà il compito di analizzare dozzine di campioni del terreno e di roccia per accertare se Marte abbia nel suo passato ospitato, o possa ora e nel futuro ospitare, la Vita. È previsto che la missione duri almeno un anno marziano (circa 2 anni terrestri) ma visto come sono andate tutte le altre missioni marziane c’è chi spera ne faccia almeno il doppio; io sono tra questi inguaribili ottimisti sognatori.

Per finire, vi voglio svelare una curiosità: a bordo del Curiosity vi sarà anche un chip che conterrà i nomi di chi si è registrato alla pagina http://marsparticipate.jpl.nasa.gov/msl/participate/sendyourname/ per l’eternità, o perlomeno finché esisterà il rover.
Io e la mia famiglia ci saremo, i nostri nomi resteranno insieme a quello di migliaia di altri esseri umani su una scheggia di silicio lanciata su un altro pianeta anche quando cesserà il ricordo delle nostre esistenze. Una piccola scheggia di immortalità che nessuno ci potrà togliere.

 

(1)  cortesia NASA Jet Propulsion Laboratory California Institute of Technology