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Agli inizi del 20° secolo, gli scienziati ancora non erano sicuri di quanto la buona, cara e preziosa Terra sia vecchia. Al giorno d’oggi, gli scienziati usano sistemi radiometrici su vari tipi di roccia – sia terrestri ed extraterrestri – per individuarne l’età.
Abbiamo visto che ancora agli inizi del 20° secolo esistevano molte perplessità irrisolte, come ad esempio che l’età stimata di alcuni fossili indicasse date piu antiche della Terra stessa o che l’età del Sole alla luce delle scoperte di Bethe sui meccanismi energetici delle stelle fosse molto più alta di quanto fosse mai stato prima supposto. Tuttavia, studiando gli strati di roccia depositati col passare delle ere, gli scienziati giunsero a credere che la scala di età della Terra non fosse misurabile in milioni di anni, ma in miliardi di anni.
La Jatropa curcas è una pianta velenosa originaria del Centro America che sopravvive tranquillamente nelle zone aride senza acqua e particolari cure e attecchisce come la gramigna. I suoi semi contengono il 30-35 per cento di un olio non commestibile ma che trattato può essere usato come biodiesel. L’olio è di ottima qualità e può essere tranquillamente mescolato col diesel tradizionale. Tuttavia, la J. curcas non è attualmente coltivata come un raccolto, dal momento che non esistono cultivazioni commerciali. Nell’attesa di una futura fonte energetica pulita e stabile, questa soluzione permetterebbe lo sfruttamento agricolo di ampie zone desertiche della Terra senza intaccare le coltivazioni tradizionali destinate all’alimentazione umana, e il recupero della CO2 dalla nostra atmosfera.
Sintesi
Con l’esperimento National Lab Pathfinder – Cells – 3 (NLP-Cells-3) svolto sulla Stazione Spaziale Internazionale si valutano degli effetti della microgravità sulle cellule della pianta Jatropha curcas. Lo scopo dello studio è di verificare i potenziali effetti della microgravità sul miglioramento delle caratteristiche quali la struttura delle cellule, la crescita e lo sviluppo, per accelerare il processo di allevamento di nuove cultivar di J. curcas per uso commerciale. Una riproduzione accelerata potrebbe consentire di utlizzare la J. curcas come coltura alternativa per l’estrazione di energia (o di biocarburanti).
Wagner Vendrame, Ph.D., University of Florida, Homestead, FL
Collaboratore
John Wayne Kennedy, Zero Gravity, Inc. Stevensville, MD
Finanziatori della ricerca
BioServe tecnologie spaziali, University of Colorado, Boulder, CO Zero Gravity Incorporated, Stevensville, MD Agenzia promotrice
National Aeronautics and Space Administration (NASA) Spedizioni con destinazione
Sintesi della ricerca
La National Lab Pathfinder – Cells – 3 (NLP-Cells-3) è una indagine in collaborazione con Zero Gravity Incorporated (ZGI) e l’Università della Florida che aiuta a comprendere meglio gli effetti della microgravità sui sistemi viventi. L’esperimento valuta i cambiamenti nella struttura cellulare, la crescita, lo sviluppo e l’espressione genica nelle colture cellulari di Jatropha curcas esposte a microgravità. Si pensa che i dati raccolti possano aiutare ad accelerare il processo di selezione per lo sviluppo di nuove coltivazioni di J. curcas per la commercializzazione negli Stati Uniti. Ciò consentirebbe l’inserimento di un importante impianto di biocarburanti come una delle colture alternative di energia per gli Stati Uniti.
L’obiettivo di questa ricerca è quello di verificare i potenziali effetti della microgravità sul miglioramento delle caratteristiche di interesse per lo sviluppo di nuove coltivazioni di J. curcas. Obiettivi specifici comprendono la valutazione dei cambiamenti nella struttura delle cellule, la crescita e lo sviluppo. Inoltre, l’esperimento si propone di valutare l’espressione differenziale del gene nelle colture di cellule in J. curcas, come affetti da condizioni di microgravità. Tale scoperta potrebbe accelerare il processo di selezione per lo sviluppo di nuove varietà di J. curcas Analisi da eseguire si comprendono le misurazioni della crescita cellulare e lo sviluppo, la valutazione istologica della struttura cellulare usando la microscopia elettronica a trasmissione (TEM), e l’espressione genica differenziale utilizzando la tecnologia dei microarray. Analisi istologiche e genetiche saranno condotte prima e dopo il viaggio nello spazio. La cresci
ta cellulare e dello sviluppo saranno valutate al rientro. Una parte delle colture cellulari saranno valutate per la rigenerazione delle piante al ritorno sulla Terra e saranno utilizzate per ulteriori analisi morfologiche e genetiche.
Il 21 maggio prossimo per me sarà una data importante, infatti saranno dieci anni che partecipo al progetto http://setiathome.berkeley.edu/.
Comunque vada il progetto SETI@home, un motivo per riflettere seriamente sul nostro futuro c’è; come diceva il Drake: «la mancanza dell’evidenza non significa l’evidenza della mancanza»
Grazie al metorite ALH84001 possiamo supporre che comunque siano esistite altre forme di vita elementare extraterrestre nel nostro sistema solare e quindi di riflesso si può altrettanto ragionevolmente supporre che nel caso vengano rispettati certi parametri chimico-fisici importanti, la vita sia in grado di svilupparsi comunque e ovunque all’esterno del nostro pianeta.
el Sagittario ossia dal nostro centro galattico; così nacque la radioastronomia.
N*: si stima che nella Via Lattea siano presenti dai 200 ai 400 miliardi di stelle e, pe
r essere generosi una volta tanto, prendiamo la cifra più alta; da questo valore togliamo le stelle più interne della galassia e le stelle multiple che non potrebbero dare orbite sufficientemente stabili ai loro eventuali pianeti (per cui niente pianeti come Tatooine di Star Wars); poi esiste un problema di metallicità (in astrofisica si intende per metallicità la quantità di elementi chimici più pesanti dell’elio) del sistema stellare da tenere in considerazione: una stella molto vecchia si è originata probabilmente da una nube di idrogeno primordiale , non contaminata quindi da precedenti esplosioni di supernova, per cui gli elementi pesanti sono assenti in quanto questi si formano durante il processo di fusione nucleare che dà energia alle stelle e, se non c’è il materiale per produrre pianeti, e non ci sono il carbonio e l’ossigeno per le strutture molecolari, ovviamente sarà impossibile in queste condizioni che si generi la vita, quindi diciamo che una stima presumibilmente corretta possa essere attorno ai 50 miliardi di stelle.
ne: un pianeta che sia in grado di ospitare la vita quale la conosciamo deve avere una condizione orbitale stabile per un lungo periodo e ricevere la giusta quantità di energia che consenta l’esistenza dell’acqua allo stato liquido, elemento questo essenziale per le forme di vita a base di carbonio. Quindi l’ecosfera stellare potrà avere un piccolo raggio per le stelle di piccola massa e un raggio molto più grande per le stelle più massicce, ma quest’ultime sono inadatte all’evoluzione della vita visto che vivono solo qualche centinaio di milioni di anni, quindi ammettiamo un pianeta su dieci (come nel nostro sistema solare) rispetti queste caratteristiche e che una stella in media possa avere almeno 5 pianeti: 1/10 x 5 =0,5.
fm: qui Drake secondo me ebbe una grande intuizione a introdurre questo parametro: in virtù di quello che si è detto al punto precedente, una civiltà che abbia intenzione di comunicare ad altre civilta intergalattiche la propria presenza dovrebbe mettere dei radiofari nello spazio circostante per non essere di ostacolo al suo progresso tecnologico, dato che un segnale radio per attraversare la galassia alla velocità della luce impiegherebbe 100 mila anni e il posto più logico dove mettere un segnale automatico è proprio nello spazio; però questo è un progetto tecnicamente ambizioso anche per una civiltà come la nostra: quindi anche qui diamo una probabilità su 4 che avvenga: ovvero 1/4=0,25.
L’uomo ha sempre amato credere nell’esistenza di entità a lui superiori in grado di influenzare il mondo circostante, siano essi esseri antropomorfi o ibridati con gli animali conosciuti, come ad esempio erano rappresentate le divinità egizie o gli dei dell’Olimpo greco, a cui venivano attribuite tutte le casualità e le causalità che gli accadevano; inventando così quindi una spiegazione plausibile ai fenomeni della natura che lo circondava: in questo modo nacquero le religioni.
i festeggiamenti del ventennale delle missioni Viking su Marte, la NASA rese di dominio pubblico la notizia che un meteorite proveniente da Marte caduto in Antartide, presentava all’interno dei noduli fossili di magnetite che presumibilmente erano di origine batterica, quindi organica.
Chiunque sia appassionato di fantascienza sa quanto su questo tema si sia scritto tanto e girato molti film, alcuni pregevoli e altri scadenti.
Cercare di interpretare la meccanica quantistica con le esperienze quotidiane dominate dalla fisica classica è impossibile; si va incontro a paradossi come l’esempio qui sotto:
Supponiamo di prendere un atomo in uno stato eccitato e instabile e di sottoporlo ad una serie di misurazioni ripetute nel tempo per vedere in che stato è. In Meccanica Quantistica ogni osservazione causa il collasso della funzione d’onda, permettendo a quello stato di permanere indefinitamente.
Osservare vuol dire inviare dei fotoni, quindi energia, che permettano di conoscere lo stato dell’atomo una volta riflessi. Misurare vuol dire anche far interagire radiazione e materia.Quindi la probabilità di transizione di un sistema illuminato da una radiazione incoerente dipende linearmente dal tempo di misurazione:
Dal momento che la velocità di transizione è \(1/\tau\) allora
\[P_2=\frac{t}{\tau}\]
se l’atomo permette 2 stati, eccitato e non, allora la probabilità che l’atomo sia ancora nello stato eccitato dopo un tempo \(t\) è
\[P_1=1-\frac{t}{\tau}\]
Se la misurazione ci informa ancora che l’atomo è nello stato eccitato allora significa che la funzione d’onda è nuovamente collassata allo stato eccitato e quindi il processo ricomincia.
Misurando il sistema ad un tempo \(2t\) la probabilità che sia nello stato eccitato sarà ovviamente:
\[P_2=\left(1-\frac{t}{\tau}\right)^2 \approx 1-2 \frac{t}{\tau}\]
sviluppato per t piccolo,troveremmo la stessa probabilità di avere l’atomo eccitato come se non avessimo fatto alcuna misura all’istante \(t\).
Quando i tempi di osservazione si riducono molto rispetto al tempo di vita medio dello stato 2, si ha che la probabilità di transizione è proporzionale a \(t^2\) anziché a \(t\).
Allora lo sviluppo relativo all’osservazione all’istante 2\(t\) produrrà una probabilità che l’atomo si trovi ancora nello stato superiore proporzionale a 2\(t^2\) \[P_2 \propto 1- 2t^2\]
mentre se non avessimo fatto alcuna misura sarebbe stata semplicemente \[P_2 \propto 1- 4t^2\]
Per cui applicando il ragionamento a \(N\) osservazioni ad intervalli regolari \(T/N\) (dove T è il tempo totale di osservazione) troviamo che nel limite di infinite osservazioni la probabilità di trovare l’atomo nello stato eccitato è 1, ossia sempre (roba forte eh, atomino?)
Tutto questo per dire che è dannoso alzare il coperchio per vedere se l’acqua bolle, più l’osserviamo più essa non bollirà; lasciate che trabocchi.