La Cometa Plutone

Rappresentazione artistica di Plutone con la sua atmosfera – Credit: PAS Cruickshank.

Nel 2006 una controversa decisione dell’Unione Astronomica Internazionale tolse lo scettro di pianeta a Plutone per relegarlo tra i corpi minori del nostro sistema solare.
Fu una decisione sofferta, contestata da quanti avevano preso simpatia per questo pianetino, il nono in ordine di distanza dal Sole. Il problema era che grazie a strumenti e tecniche sempre più raffinate c’era il concreto rischio di dover allungare a dismisura l’elenco dei pianeti del sistema solare, colmo di planetoidi della taglia di Plutone 1.

Che Plutone avesse un’atmosfera lo si sapeva già da molti anni 2, lo si era scoperto tramite i transiti planetari, ossia i passaggi del pianetino davanti a una stella e misurando la curva di luce di quest’ultima.
La composizione chimica di questa tenue atmosfera è azoto e metano, a cui si è aggiunto recentemente il monossido di carbonio 3.

Lo spettro della traccia di monossido di carbonio (in rosso) espressi in unità di gradi. – Credit: J.S. Greaves / Joint Astronomy Centre.

La pressione atmosferica è bassissima e estremamente varia a causa dell’eccentricità dell’orbita di Plutone: va da 6,5 a 24 μbar. Quando Plutone si allontana dal Sole, la sua atmosfera congela e precipita al suolo. Viceversa quando Plutone è più vicino al Sole, la temperatura di Plutone aumenta e la parte più volatile della sua superficie sublima.Curiosamente questa sublimazione ha come conseguenza quella di raffreddare  il pianeta, lo stesso meccanismo del sudore che raffredda il nostro corpo man mano che evapora dalla superficie della pelle. Infatti la temperatura di Plutone è di circa 43 K (-230 ° C), 10 K più  bassa di quanto si sarebbe supposto.
Invece il metano 4 crea una inversione di temperatura, con temperature medie più calde (36 kelvin 10 chilometri al di  sopra della superficie).
Questo crea il paradosso di come Plutone possa aver mantenuto la sua atmosfera così a lungo: e qui il monossido di carbonio appena scoperto svolge un ruolo importante per raffreddare ulteriormente l’atmosfera funzionando da termoregolatore in contrapposizione all’azione riscaldante del metano.

Potremmo considerare Plutone come il precursore di una nuova categoria di corpi planetari:
i Kuiper Belt Object.
Cosi avremmo tre tipi diversi di pianeti con struttura chimica ed evoluzione fisica simile: i terrestri, i gioviani e quelli che chiamo plutini, non necessariamente in risonanza 2:3 con l’orbita di Nettuno.

L’effetto quindi è che durante l’estate plutoniana si potrebbero verificare … curiose nevicate di azoto sulla superficie!
Sempre durante la breve estate il metano atmosferico può essere scisso in carbonio dalla radiazione ultravioletta solare e ricadere sulla superficie creando zone chiaroscure in contrasto con la brina di azoto visibili dalle immagini riprese dal telescopio spaziale Hubble 5. Queste macchie scure provocano il riscaldamento localizzato della superficie provocando dei geyser che espellono gas proprio come nelle comete.

L’evoluzione fisica dell’atmosfera di Plutone è pertanto estremamente sensibile all’eccentricità dell’orbita del corpo. Ancora purtroppo ne sappiamo troppo poco e questi dati attendono conferma dalla sonda New Horizons 6 il cui arrivo nei pressi di Plutone è previsto per il 14 luglio 2015.
Noi aspettiamo con ansia!


Note:

Buona Pasqua

La festività della Pasqua rappresenta per i Cristiani la resurrezione di Cristo, la sconfitta della morte terrena e la liberazione di ogni essere umano dal Peccato Originale.
Per gli Ebrei la Pasqua indica la  liberazione del Popolo d’Israele dalla schiavitù egizia, l’inizio del viaggio verso la nuova Terra Promessa.

Io non colgo molte differenze, entrambe indicano nella Festività Pasquale l’inizio di qualcosa di nuovo e di diverso: un cammino finalmente senza peccato verso una nuova esistenza, una nuova Terra Promessa.

È quello che auguro a tutti Voi Lettori de Il Poliedrico, che questa Pasqua rappresenti lo spartiacque verso un mondo nuovo, finalmente privo di ogni peccato, guerra o pestilenza, una nuova Terra Promessa dove regni la libertà e la giustizia, dove ogni essere umano finalmente trovi la felicità.

AUGURI A TUTTI

Perle in cielo e sogni umani

I flares satellitari si osservano quando la posizione del Sole e del satellite hanno lo stesso angolo rispetto all’osservatore. Nel caso specifico per la Svizzera questo particolare allineamento si verifica all’inizio della primavera.


Credit:Roland Stalder – Rigi Kulm, Switzerland

C’è una componente misteriosa nel significato della parola cielo che ha sempre affascinato l’essere umano.
In cielo sono state poste le divinità mitologiche e gli eroi classici, in cielo c’è chi vi cerca i segni della predestinazione e offre la divinazione  per gli uomini, gli angeli e le anime pie di molte religioni vengo collocate o fatte ascendere in cielo.
È quindi nel cielo che la naturale forma di interpretazione di fenomeni spesso banali venga cercata e spiegata: ecco allora che un banale riflesso dei satelliti geostazionari come si vede nel filmato può venire interpetrato come una curiosa formazione luminosa la cui unica spiegazione è spesso chiamata UFO.
Nell’antichità i fenomeni naturali  trovavano nelle divinità l’unica spiegazione: Zeus per i fulmini, Eolo per i venti, Nettuno per il mare, etc…,  solo per fare il primo esempio che mi viene in mente. Ovviamente insieme alle divinità, qualsiasi nome o attributo avessero, nacquero anche i personaggi che pretendevano di parlare e di intercedere per loro. Oggi si parlerebbe di reati come millantato credito e abuso della credulità popolare, ma a quei tempi non esisteva un codice penale evoluto come il nostro.
In seguito quelle forme di religione persero di significato, si evolsero in qualcosa che si  rivolgeva più all’etica e al comportamento umano, mentre l’intelletto aveva iniziato lentamente a sviscerare i segreti dei fenomeni naturali, anche se per l’immmaginario collettivo il cielo continuò a essere indicato come la sede naturale della purezza e del trascendentale.
Nei secoli la scienza si è evoluta, si è fatta più complessa e particolareggiata via via che la comprensione dei fenomeni naturali è cresciuta. Abbiamo capito finalmente che  la pretesa squisitamente umana di essere al centro dell’Universo, l’antropocentrismo, è una solenne cantonata, che molte delle nostre ancestrali credenze fossero soltanto illusioni.
Ecco che allora ancora una volta il cielo viene in soccorso all’immaginario collettivo: non ci sono più divinità da assecondare a loro capriccio, niente più angeli su carri infuocati che annunciano la fine delle sofferenze terrene. Adesso ci sono navi cosmiche, gli UFO, con i loro occupanti, gli alieni, che soccorrono un’umanità sofferente per i suoi errori.
La scienza che sa spiegare la stragrande maggioranza dei fenomeni di cui è a conoscenza, del resto – per fortuna – c’è sempre qualcosa di nuovo o di inaspettato che attende una risposta scientifica, forse si è fatta troppo complessa, o forse è diventata troppo presuntuosa per spiegare banalità come queste, oppure molti non sono disposti ad accettare una spiegazione logica preferendo ancora sognare, o infine tutte queste cose  assieme.
La scienza adesso può essere il potente strumento che consente di plasmare la realtà in un sogno, ma anche questo può essere interpretato da qualcuno come un modo di uccidere i sogni.

22 Aprile 2011: Giornata Mondiale della Terra

4 luglio 2010, mare di Chukchi, missione ICESCAPE Credit: NASA / Hansen Kathryn

Il 22 aprile 2011 si festeggerà la Giornata Mondiale della Terra, un giorno speciale per ricordarsi del nostro mondo.

Mi chiedo con quale spirito andremo a festeggiare questo giorno quando siamo rei di aver distrutto – come esseri umani – interi ecosistemi, avvelenato mari e fiumi e terre.
Abbiamo forti responsabilità nel Global Warming 1, nello sterminio di altre specie animali – come le balene tanto per fare l’esempio più noto,  eppure pur riconoscendo la gravità delle  nostre colpe non facciamo abbastanza per invertire il nostro comportamento.
Siamo ormai una scheggia impazzita dell’evoluzione, capace di commuoversi per un orso bianco isolato su una zattera di ghiaccio nel mare che però ama la comodità del telecomando per accendere la televisione.

Molti nostri elettrodomestici vanno solo in standby, sono specificatamente progettati senza chiedere più il fastidio di azionare un interruttore per accenderli, giusto giusto per succhiare avidamente quel poco di energia da giustificare l’incessante rincorsa alla sempre maggiore produzione di questa.
Nel 2005 l’Unione Europea stimò in oltre 40-45 Twh 2 i consumi degli apparati elettrici in standby in Europa e per questo emise una direttiva 3 per dimezzare questi consumi e oltre, a partire proprio dal 2011. Ma anche solo 20 o 10 Twh sono sempre tanti per un solo continente, troppi per un pianeta al limite del collasso ecologico.

Dovremmo festeggiare il 22 aprile col capo chino e cosparso di cenere,  piangere per quello che abbiamo distrutto e chiedere scusa alle future generazioni per lo stato in cui abbiamo ridotto il nostro pianeta: inquinato, sporco e febbricitante.
Dovremmo ricordarci del Nostro Pianeta invece tutti i giorni ed esprimergli il nostro amore con i nostri gesti quotidiani, attraverso il riciclo dei rifiuti o la conservazione dell’acqua, lo staccare la spina agli apparecchi in standby o la manutenzione delle nostre automobili.

Se vogliamo festeggiare degnamente il 22 aprile la Giornata Mondiale della Terra, iniziamo a cambiare le nostre abitudini già dal giorno prima e manteniamole nei giorni successivi, la Terra ce ne sarà grata.

Sole Sporco

In collaborazione con Sabrina Masiero

Questo è un articolo scritto a quattro mani, da me e Sabrina Masiero. Dopo la proficua collaborazione del pesce d’aprile (vedi STEREO Serendipity: scoperto pianeta gemello) abbiamo deciso di unire le nostre conoscenze per questo post e per altri interessanti articoli che abbiamo in mente per offrire ai nostri lettori solo il meglio del meglio. Spero che lo apprezzerete.



Traveling Sunspots (Feb 7 – 20, 2011)  Credit: NASA SDO

Credit: Il Poliedrico

Le prime note sulle macchie solari si devono – come spesso è accaduto nell’antichità – agli acuti osservatori cinesi, i quali annotavano diligentemente i fenomeni celesti osservati ad occhio nudo già nei secoli prima di Cristo, probabilmente sfruttando condizioni particolarmente favorevoli che si possono avere solo all’alba o al tramonto.

Anche se macchie solari particolarmente grandi furono notate diverse volte nella storia 1in Europa le prime osservazioni documentate risalgono intorno al primo decennio del XVII secolo, con varie dispute inutili sulla scoperta tra Galileo Galilei e altri osservatori europei. Prima di Galileo le macchie solari venivano spiegate come ombre del transito di pianeti sul Sole, nel Vecchio Continente parlare di macchie sul Sole era considerata opera di blasfemia che andava contro i dettami della Chiesa e contro gli insegnamenti dei padri della cosmologia ufficiale Tolomeo e Aristotele.
Fu infatti l’astronomo pisano che nel 1612 riuscì a dare una spiegazione corretta al fenomeno indicandole come macchie sulla superficie del Sole e misurando il periodo di rotazione della stella, appena in tempo che questa cadesse nel primo dei periodi di quiescenza documentati dell’era moderna: il minimo di Maunder (1645-1715).Se la scoperta del cannocchiale per usi astronomici avesse tardato di soli cinquanta anni, probabilmente una delle scoperte astrofisiche più importanti dell’era moderna sarebbe stata rimandata di cento.

Il numero di Wolf

Il numero di Wolf è una grandezza che misura il numero di macchie solari e dei gruppi di macchie solari presenti sulla superficie del Sole.
Il relativo numero di macchie solari R è calcolata utilizzando la formula (raccolti come un indice giornaliero di attività delle macchie solari):

R = k(10g + s) \,

dove

  • s è il numero di punti individuali,
  • g è il numero di gruppi di macchie solari
  • k è un fattore che varia con la posizione e la strumentazione (anche conosciuto come il fattore osservatorio o la riduzione del personale coefficiente K ).

Fu infatti nel XIX secolo  che l’attenzione degli astronomi per il Sole permise importanti e significative scoperte: la spettroscopia della luce solare permise la scoperta della parte termica del continuum elettromagnetico, come il continuo monitoraggio delle macchie solari permise la scoperta del ciclo undecennale del Sole ad opera dell’astronomo tedesco Heinrich Schwabe e della codificazione del metodo di conteggio di queste da parte dell’astronomo svizzero Rudolf Wolf che completò le ricerche di Schwabe.

Nel 1769 l’astronomo scozzese Alexander Wilson scoprì che le macchie solari sono depressioni sulla superficie del Sole che ora sappiamo essere profonde anche 1000 chilometri anche se osservazioni e ricerche  più recenti spiegano tali depressioni   con la maggiore trasparenza del materiale posto rispetto alla fotosfera 2.

Dai Lavori di Schwabe  e di Wolf si arrivò nel 1861 ai lavori di Carrington eSpörer che scoprirono la relazione che lega lo spostamento della latitudine di apparizione sulla superficie solare delle macchie solari durante un ciclo, aprendo così la strada all’attuale modello interpretativo del fenomeno.

Le macchie solari appaiono sulla fotosfera come piccoli “pori” rotondi di 2″- 4″ di diametro (1500-3000 km) o come gruppi imponenti di dimensioni angolari fino a 5′-6′ (200 000-250 000 km) tali quindi da poter essere percepite ad occhio nudo.

diagramma a farfalla di Spörer

diagramma a farfalla di Spörer

Visivamente le macchie solari si formano di solito da minuscoli pori che tendono a svilupparsi fino a formare delle vere e proprie macchie composte da una regione centrale, chiamata ombra, che appare nera sullo sfondo luminoso della fotosfera. In realtà, la regione centrale della macchia è molto luminosa anche se meno brillante dello sfondo su cui si osserva perchè la temperatura è inferiore, dell’ordine dei 4000 K, rispetto ai 5700 K del resto della fotosfera. L’ombra è circondata da una zona detta di penombra e, qualche volta, attorno alla penombra appare come un anello brillante, 2-3 volte più luminoso della fotosfera.

Sul Sole possiamo osservare macchie isolate, anche di grandi dimensioni, ma per lo più esse tendono a raccogliersi a gruppi, che comprendono anche decine di macchie grandi e piccole associate fra loro che tendono a mostrare due centri di addensamento, uno che precede e l’altro che lo segue nel verso della rotazione solare. Spesso si formano attorno altre macchie, che eventualmente si fondono insieme, fino a formare grossi gruppi, con penombra comune, con punti luminosi che si estendono da una macchia all’altra. I gruppi di macchie tendono ad assumere formale ovale, con gli assi maggiori leggermente inclinati rispetto alla direzione Est-Ovest in modo che la macchia di testa sia più vicina all’equatore solare di quella di coda. L’angolo di inclinazione dipende dalla latitudine e può raggiungere i 20° a latitudini di 30-35 gradi eliocentrici.

Lo sviluppo di un gruppo di macchie, partendo dalla macchia di origine, può durare per un tempo superiore all’intera rotazione solare. Il gruppo, che partecipa alla rotazione, scompare quindi al lembo ovest, per riapparire, dopo 13 giorni e mezzo al lembo est. Nel momento di massimo sviluppo un gruppo di macchie può avere diametro fino a 100 000 km o più.

Raggiunto il massimo, fra il 12° e il 16° giorno, il gruppo di macchie comincia a dissolversi. Lentamente le macchie scompaiono, finché, dopo un periodo di 40-50 giorni, restano soltanto una o due minuscole macchioline (una delle quali è la macchia di testa), da cui poi, col passare del tempo, si origina un nuovo gruppo.

Le macchie solari sono sedi di intensi moti convettivi, con struttura vorticosa. In altri termini, gas solari salgono a spirale dall’interno della macchia, con velocità di alcuni chilometri al secondo, espandendosi e quindi raffreddandosi. La diminuzione di temperatura dei gas comporta una minore luminosità della macchia.

Macchie solari durante l’eclissi di Sole del 4/1/2011   Credit: Il Poliedrico

La più grande macchia solare osservata si ebbe nel 1858 con un diametro di 200 000 chilometri, lunga cioè 18 volte il diametro della Terra. Una macchia di diametro superiore a 40 000 chilometri può essere osservata a occhio nudo (ovviamente con le adeguate protezioni contro l’abbagliante luce solare che potrebbe danneggiare irreparabilmente l’occhio3)
Le macchie si spostano di moto proprio, sulla superficie del Sole. In genere, in un gruppo, la macchia di testa tende a muoversi in avanti, nel verso della rotazione, e quella di coda all’indietro. Il gruppo quindi diverge e si allarga. Quando il moto divergente si interrompe, il gruppo di macchie si scioglie.
Le macchie solari sono zone di intensi campi magnetici. L’intensità del campo magnetico, che ha direzione ortogonale al piano su cui si proietta la macchia, può variare tra un minimo di 100 Gauss e un massimo di circa 4000 Gauss.

Ora  sappiamo che la vera natura delle macchie solari  è dovuta alla rotazione differenziale del Sole, più veloce all’equatore e più lenta ai poli, che provoca l’attorcigliamento localizzato di correnti convettive e del loro campo magnetico. Questi tubi di plasma si isolano dal resto delle correnti convettive sottostanti la fotosfera e impediscono che il trasporto energetico generale li riscaldi, per questo sono più fredde.
Quando emergono in superficie, come viene mostrato dal filmato – che ricorda la polvere di cacao che emerge dalla schiuma di un cappuccino, si possono vedere gli archi di materia magnetizzata, i vortici magnetici del plasma talmente attorcigliati che alla fine si possono rompere liberando energia equivalente a migliaia di bombe nucleari: i magnifici brillamenti solari.

Umberto Genovese & Sabrina Masiero

Fila di perle nel cielo

Credit: Roland Stalder – Rigi Kulm, Switzerland

Un’insolita fila di oggetti luminosi è apparsa durante la notte del 5 marzo scorso nei cieli di Rigi Kulm, in Svizzera. È quella fila obliqua che potete vedere al centro del filmato che vi propongo per questo quiz:

  • Una flotta di UFO in volo sui cieli svizzeri
  • Un velivolo in volo
  • Un riflesso di palloni sonda
  • Un riflesso di satelliti in orbita

Anche stavolta il risposta l’avrete fra una settimana, il 22 d’aprile, quindi votate!
Lo so, questa volta è difficile, è svizzero!

Yuri Gagarin: 50 anni di voli spaziali « TuttiDentro

A volte il tempo è un tiranno implacabile, avrei voluto scrivere qualcosa sull’impresa storica di Jurij Alekseevič Gagarin, parlare delle prospettive che si aprivano all’Umanità con quel  volo, i sogni che dai tempi di Icaro improvvisamente diventavano realtà.
L’ha fatto la bravissima Sabrina prima di me con queste immagini che valgono più di mille trattati.
Perdetevi pure negli occhi di questo ragazzo di 27 anni e vedrete i sogni che avrei voluto raccontarvi io.

Il 12 aprile 1961 il cosmonauta russo Yuri Gagarin divenne il primo uomo a viaggiare nello spazio. Fu lanciato in orbita con la navicella Vostok 3KA-3 (Vostok 1). CREDIT: ESA

Yuri Gagarin nella stampa americana… CREDIT: http://www.nasa.gov/mission_pages/shuttle/sts1/gagarin_anniversary.html

… e in quella russa.

Articolo originale scritto da Sabrina Masiero per il blog TuttiDentro:
Yuri Gagarin: 50 anni di voli spaziali

Meritocrazia e libertà fondamentali

Tra le libertà fondamentali garantite all’essere umano e sancite nelle Costituzioni democratiche moderne ci sono la libertà di espressione e di credo religioso. Ma quanto vale l’abuso di questi diritti?

Nei giorni scorsi, in alcuni interventi a Radio Maria, il vice presidente del CNR Roberto De Mattei ha affermato che le catastrofi naturali,  come il terribile terremoto che ha devastato il nord del Giappone  a cui faceva esplicito riferimento, “sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio”.
Non contento della discutibile sparata, se non altro per rispetto per le migliaia di vittime giapponesi a cui vanno aggiunte le vittime della centrale nucleare di Fukushima che verranno nei prossimi mesi o anni,  ha invitato a riflettere, sempre dai microfoni dell’emittente fondamentalista,  sulle affermazioni – io le chiamo farneticazioni – di uno storico cristiano del V secolo, Salviano di Marsiglia, che attribuiva  la caduta dell”Impero Romano ai comportamenti immorali e innaturali di pochi cartaginesi  omosessuali e che i barbari provenienti dal nordest dell’Europa fossero una sorta di spirito purificatore.

Personalmente non mi importa un fico di cosa pensi il creazionista De Mattei, esso è libero di pensarla come vuole, che il mondo sia stato creato da Dio il 23 ottobre del 4004 a.C. alle 12:00 in punto  1giusto all’ora di pranzo, che i resti fossili dei dinosauri siano un’invenzione del Diavolo come anche il decadimento radioattivo delle rocce che indica la reale età della Terra, e che la Terra è piatta al centro dell’Universo.
Anzi, se gli fa piacere, può anche mutilarsi la carne se il suo credo religioso glielo impone per quanto me ne importa.

Quello che penso sia discutibile e anche di cattivo gusto è che approfitti della sua posizione politica di vice presidente del CNR per divulgare al resto del mondo le sue poco scientifiche e balzane idee.
Da privato cittadino può anche andarsene in televisione, alla radio o nelle piazze a divulgare il suo pensiero, perché è un suo sacrosanto diritto, ma comunque dopo essersi allontanato da un incarico così prestigioso come la vice presidenza di un istituto di ricerca scientifica nazionale.

Si fa un gran parlare di meritocrazia e di valore della ricerca scientifica, allora De Mattei si dimetta dall’incarico e rinunci ai 100 000 euro  -tutti dei contribuenti – di stipendio all’anno, lasci il posto a scienziati più meritevoli, così che possa fare quello che veramente ama fare: il telepredicatore.

Link esterni:

Roberto de Mattei, sodomiti, castigo, provvidenza

”Il terremoto? Voce della bontà di Dio”: bufera sul vicepresidente Cnr Roberto De Mattei

Fermilab e nuove scoperte

Nelle prossime ore forse ne sapremo sicuramente di più, al Fermilab di  Batavia, Illinois,   potrebbe essere stata scoperta un nuova particella sconosciuta tra quelle finora note alla nostra fisica.

La deviazione della gaussiana rossa potrebbe indicare una nuova particella. - Credit: Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Sezione di Padova

Facendo collidere protoni e antiprotoni nel Tevatron del Fermilab, fisici provenienti da ogni parte del mondo, cercano di riprodurre i bosoni W e Z per comprendere e affinare il Modello Standard che comprende tutte le particelle e le forze finora conosciute e che furono unite in un’unica teoria già dalla metà del secolo scorso.
I bosoni sono responsabili della forza elettrodebole, la forza responsabile del decadimento radioattivo dei nuclei degli atomi.  Le coppie di bosoni WW e WZ che danno origine al decadimento in leptoni carichi (elettroni e muoni) non sono affatto facili da rilevare, mediamente solo una coppia WW è prodotta in 5 miliardi collisioni, e una coppia WZ  ogni 20 miliardi collisioni, pochissime in un mare di collisioni che producono singoli bosoni W e jet di adroni.

In questo marasma di dati sono state rilevate lievissime deviazioni nelle collisioni WW alle energie più alte che l’attuale Modello Standard ha difficoltà a spiegare 1.
In sostanza, studiando le collisioni degli ultimi 2 anni di ricerca al Tevatron è stato rivelato un picco di energia nelle collisioni delle coppie di bosoni che solo la generazione di un nuovo bosone  ancora non identificato di massa di massa attorno ai 140-150 Gev.

La segnale registrato sembra corrispondere ad una versione massiccia del bosone Z. - Credit: Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Sezione di Padova

Guarda caso, l’intervallo proposto per l’altro elusivo e mai osservato bosone di Higgs è compreso tra i 118 e i 180 Gev, ma quasi certamente, se i dati del Tevatron venissero confermati dal più potente Large Hadron Collider del CERN, si tratterebbe di una nuova esotica particella, forse una versione pesante del bosone Z  2 o un nuovo tipo di gluone. Infatti i ricercatori si aspettano che il bosone di Higgs decada subito perlopiù in due quark bottom, cosa di cui i ricercatori non hanno trovato traccia.

Infine, tutto questo potrebbe tutto essere dovuto ad una interpretazione errata dei calcoli statistici.
Solo il tempo, Grande Maestro, potrà svelare il mistero…

Arcobaleno di sera buon tempo si spera

Credit: Ethan Tweedie, Spaceweather

Questo è un rarissimo fenomeno ottico: l’Arcobaleno Notturno, in inglese Moonbow. Pochi l’hanno visto o fotografato, queste splendide immagini riprese da Ethan Tweedie a Kamuela, nelle isole Hawaii ne sono testimonianza.

Pochi ne hanno visto uno e molti anche se fossero così fortunati da incontrare tutte le condizioni per vederlo, non lo riconoscerebbero. Si tratta di qualcosa di molto sottile e debole per l’occhio omano che in condizioni di scarsa luminosità vede in bianco e nero; dopotutto si dice che al buio tutti i gatti paiono grigi.
Sicuramente questa immagine è stata ottenuta con un lungo tempo di esposizione, 5-10 secondi con un 28 mm probabilmente per poter catturare appieno i colori, ad occhio nudo si vedrebbe solo la tenue e sottile linea bianca.

Ma quali sono queste condizioni?

Moonbow at the lower Yosemite Fall - Credit: Wikipedia

Innanzitutto deve piovere, come per la controparte diurna, dalla parte opposta della sorgente luminosa, che di giorno é il Sole e di notte, ovviamente, la Luna.
Sempre ovviamente è necessario che la sorgente luminosa non sia offuscata da nubi, poi se la fase è intorno alla luna piena, meglio, altrimenti basta che la luce sia abbastanza forte da generare un arcobaleno percettibile e che il cielo di contrasto sia di conseguenza, molto scuro.
Per ultimo, è fondamentale che la sorgente luminosa, la Luna, sia ad una altezza dall’orizzonte inferiore a 42°, altrimenti la diffrazione della luce non sarebbe visibile.

In genere sono visibili sul bordo delle cascate, dove l’aerosol prodotto da queste compensa bene la necessità di una pioggia rivelatrice opposta alla sorgente luminosa: basta scegliersi il posto giusto!

Un’ultima cosa:  i Mooonbow non vanno confusi con un altro fenomeno simile nel meccanismo di genesi ma che non ha nulla a che spartire con l’arcobaleno: mi riferisco agli aloni che si generano in genere quando nubi di microscopici cristalli di ghiaccio chiamate cirri passano davanti alla Luna e formano appunto degli aloni a 22° dalla sorgente luminosa.