Autore: Umby
Curiosity for Mars
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Ormai ci siamo! dopo i ritardi nella messa a punto del sofisticato sistema delle ruote che ne aveva fatto slittare il lancio previsto a dicembre dello scorso anno, oramai è quasi tutto pronto per la prossima finestra di lancio prevista per l’autunno 2011 e per lo sbarco successivo su Marte nel 2012. Curiosity (questo è il suo nomignolo, il nome vero è Mars Science Laboratory) sarà molto più grande e sofisticata dei cuginetti Sojourner, Spirit e Opportunity.
Curiosity infatti peserà ben 800 Kg di cui ben 65 saranno composti da strumenti scientifici. Un ciclope se rapportato ai precedenti rover Spirit e Opportunity che ne pesavano soltanto 185, ma dotato di una formidabile vista stereoscopica tridimensionale grazie alla MastCam, la quale fornirà al rover spettri multipli e immagini a colori in alta definizione da 1200×1200 pixel e con possibilità di riprendere video ad alta definizione di 1280×720 pixel a 10 frame al secondo con compressione hardware. Le due camere di cui è composta la MastCam saranno in grado di riprendere immagini di oggetti ad una distanza di 1 km con una risoluzione di 10 cm per pixel. Una bella vista, non c’è che dire per un ciclope.
Sarà la missione scientifica più avanzata di qualsiasi altra missione su Marte e gli strumenti scientifici sono stati forniti dalla comunità scientifica internazionale; Curiosity avrà il compito di analizzare dozzine di campioni del terreno e di roccia per accertare se Marte abbia nel suo passato ospitato, o possa ora e nel futuro ospitare, la Vita. È previsto che la missione duri almeno un anno marziano (circa 2 anni terrestri) ma visto come sono andate tutte le altre missioni marziane c’è chi spera ne faccia almeno il doppio; io sono tra questi inguaribili ottimisti sognatori.
Per finire, vi voglio svelare una curiosità: a bordo del Curiosity vi sarà anche un chip che conterrà i nomi di chi si è registrato alla pagina http://marsparticipate.jpl.nasa.gov/msl/participate/sendyourname/ per l’eternità, o perlomeno finché esisterà il rover.
Io e la mia famiglia ci saremo, i nostri nomi resteranno insieme a quello di migliaia di altri esseri umani su una scheggia di silicio lanciata su un altro pianeta anche quando cesserà il ricordo delle nostre esistenze. Una piccola scheggia di immortalità che nessuno ci potrà togliere.
(1) cortesia NASA Jet Propulsion Laboratory California Institute of Technology
Uno spettacolo gratuito
Lo sfuggente Mercurio, Una falce di Luna, una bellissima Venere, il fiero Pianeta Rosso e l’inanellato Saturno, un cast di autentiche stars che si esibiscono per noi in una danza mozzafiato fin dalla notte dei tempi, gratuitamente per gli esseri umani che alzano coraggiosamente lo sguardo al cielo.
Eppur si muove! (tx2025el reflow)
Prendo a prestito la celeberrima battuta attribuita all’astronomo Galileo Galilei che pronunciò quando gli fu imposto da scriteriati omuncoli di abiurare l’eliocentrismo, dedicandola al mio resuscitato portatile (uno dei diversi) glorioso HP TX2025el.
Agli inizi dello scorso mese, durante la mia convalescenza dall’infortunio che mi era capitato, mi morì letteralmente tra le braccia il mio portatile.
Ora chi mi conosce, sa della mia mania per i computer e quanto ci tenga a loro; ho una collezione infinita che parte addirittura dagli anni ’80 del secolo scorso, praticamente da quando ho iniziato a spippolare su questi cosi. Ovviamente non ho tutti quelli che avrei voluto o piaciuto avere, alcuni di quelli che ho avuto non esistono più oramai da anni, avendo per un certo periodo cannibalizzato macchine di classe PC in nuove configurazioni più performanti, riciclandone i componenti ancora validi (dischi, schede audio e video, schede di rete etc…). Adesso, anche quelli che mi hanno conoscono attraverso il Poliedrico, sanno di questa mia mania.
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Questo gioiellino qui accanto racchiude prestazioni e accessori non comuni per un portatile in appena 3 Kg di peso compreso di batteria (ne ha in dotazione ben 2), ha un telecomando remoto agli infrarossi, un masterizzatore dual-layer con lightscribe (per le etichette) e uno schermo tattile, con penna o… dita. Quindi capite che io abbia fatto i salti mortali per ripararlo.
Il guasto era dovuto a una dissaldatura, un banalissimo guasto dovuto all’eccessivo calore che il portatile, purtroppo, emette durante l’esercizio.
La scheda video -una GPU GO 6150- è montata su uno zoccolo mxm (Mobile PCI Express Module), il che lo porta ad essere teoricamente sostituibile, on po’ come si fa con le normali schede video nei fratelli maggiori PCI Express, ed è direttamente tenuta alla scheda madre da piccole sfere di stagno che oltre il contatto elettrico offrono anche una tenuta meccanica tra le due schede. Dato che in un portatile le dimensioni sono scarse (sennò che portatile è?), la CPU, in questo caso l’energivora stufetta AMD Turion, e la GPU, la Nvidia Go 6150, sono costrette a condividere lo stesso dissipatore e la stessa ventola. Essendo questi integrati vicini, ma su piani diversi, i progettisti hanno fatto ricorso a quella che i romani chiamano tacchia, ovvero una zeppa, per raggiungere la GPU che sta un paio di millimetri più in basso, più uno spessorino di silicone, che secondo me, non aiutava affatto la dissipazione del calore.
Partendo da queste premesse, e sapendo che l’alternativa era quella di recuperare l’hard disk e buttare il resto (si, perché queste cose accadono sempre dopo la scadenza della garanzia), mi sono accinto a operare il portatile, e siccome ho le dita come prosciutti 8-), sono stato assistito dalle ottime mani di mia moglie.
Dopo aver estratto l’estraibile -il lettore dvd è estraibile- e svitato lo svitabile, ho avuto l’onore di avere tra le mani la scheda madre.
A questo punto è stato necessario ripulire accuratamente tutte le superfici a contatto col dissipatore con i soliti scovolini per le orecchie e alcool dalla vecchia pasta termica, ormai secca.
Ho costruito una sagoma di cartone in cui ho praticato un foro all’altezza e delle dimensioni dello zoccolo mxm della GPU e l’ho ricoperta di stagnola per poter dissipare il calore che l’avrebbe investita. Ho quindi fissato la scheda madre dal lato opposto alla GPU e sparato aria calda con l’asciugacapelli da 1500W per circa 2 minuti facendo cura di mantenere una certa pressione sullo zoccolo mmx dal lato opposto. Poi ho ripetuto la stessa operazione sul lato componenti avendo cura di metterci sempre il cartone stagnato a protezione della scheda madre. Il grave rischio di questa operazioone è infatti quello di provocare il distacco delle piste ramate della scheda madre, per cui, a chiunque venga in mente di seguire il mio disperato -e scellerato- intervento, sa a quali rischi si può esporre.
A questo punto, si nota come tra la GPU e il dissipatore, rimane comunque un vuoto di circa mezzo millimetro, che ho avuto cura di riempire con uno spessore di rame (‘a tacchia) per garantire il necessario smaltimento termico.
A questo punto ho ricoperto tutte le superfici a contatto del dissipatore con la pasta termica argentata (più efficace del normale gel siliconico bianco) e riassemblato il portatile; è sufficiente ripercorrere i passi fatti per smontarlo nell’ordine inverso, facendo attenzione alle viti.
Et voilà, l’HP tx2025el Betelgeuse è tornato a vivere!
Mi raccomando comunque ai possessori di portatili di usare sempre e comunque il profilo bilanciato nelle opzioni del risparmio energetico di Microsoft Windows © o gli strumenti di risparmio energetico come CPU Frequency Scaling Monitor (applet di Gnome) o Powerdevil Power Management di KDE 4.x a cui è doveroso unire cpufrequtils per gestire il profilo energetico sotto GNU/Linux: i portatili non sono stati progettati per giocarci!
Una postilla è comunque doverosa: la tecnica che ho usato si chiama reflow, quasi sicuramente è da considerarsi un rimedio temporaneo, in quanto probabilmente i nuovi contatti elettrici non sono stabili nel tempo e che il danno sia esteso anche alla GPU stessa; la soluzione migliore sarebbe comunque quella di far sostituire la GPU in un laboratorio attrezzato con una nuova, ma finché dura l’avventura… a caval donato non si guarda in bocca!
Il mondo è Tuo, abbine cura
Dedico questo post a mio figlio, che è appena partito per l’Inghilterra per 15 giorni di vacanza-studio presso il St Leonards-Mayfield School nel Sussex
Sono orgoglioso e felice di dare a mio figlio questa possibilità che io purtroppo non ho avuto, e non era solo una questione di altri tempi: sono cresciuto -e non mi vergogno affatto di dirlo, anzi ne vado fiero- ai limiti quasi dell’indigenza. Alle elementari ascoltavo con attenzione gli altri bambini che si narravano le scene viste in televisione dei loro programmi preferiti, per poi non farmi trovare impreparato qualora mi fosse chiesto qualcosa sull’argomento, non avevo mai visto un televisore, anche se sapevo cos’era. A casa mia non esistevano docce o vasche, non c’era neppure il bidet; c’era una tinozza però, con l’acqua tiepida d’estate (il bombola del gas costava troppo per le nostre tasche) mentre d’inverno le cose erano diverse: l’acqua la scaldava una pratica cucina economica a legna. Casa mia era un sottotetto, che quando tirava vento, sembrava di essere in motorino -senza casco – e quando pioveva forte, nella mia stanza il termine “acqua corrente” acquistava il suo vero significato; la tinozza del bagno era fantastica per raccogliere l’acqua piovana. Eppure ricordo di avere pianto quando ta 14 anni traslocai in una casa più confortevole e con i servizi sanitari, anche se da allora acquistai immediatamente l’abitudine di farmi almeno una doccia al giorno.
Gli altri bambini per queste mie miserrime condizioni, spesso mi emarginavano, sanno essere spietatamente feroci i bambini.
Ma non me ne curavo, loro giocavano al calcio? io passavo quasi tutti i pomeriggi nella biblioteca comunale a leggere e studiare; gli altri bambini erano belli, atletici e sicuri di sé, io ero gracile, spaventato e insicuro, ma trovavo nell’apprendimento il mio riscatto. Fu a quel tempo che mi fu attribuito il possesso della “conoscenza a macchie di leopardo” e ne sono sempre andato fiero.
Per questo oggi sorrido quando sento parlare di “”gggiovani bruciati da alcool e droga” a causa del disagio e del degrado familiare:
– Ma de che???
allora io sarei già dovuto essere al camposanto o in carcere, o forse perchè ero troppo povero anche per comprarmi uno spinellino-ino o troppo orgoglioso per abbassarmi a delinquere per avere un po’ più di denaro.
No, non mi sono arreso allora, e non lo faccio neppure adesso. La mia infanzia così meschina mi ha reso quello che oggi sono. Gli sbagli dei miei genitori di cui sono stato incolpevole vittima, oggi io non li voglio ripetere, cerco di dare ai miei figli tutto l’amore e le opportunità che io non ho avuto; poi essi sceglieranno il loro destino, ma non voglio che mi incolpino di avergli negato qualsiasi opportunità.
Ho raccontato ai miei figli la mia infanzia affinché facciano tesoro delle mie esperienze e comprendano il valore di quello che hanno e che dò loro: li ho visti soffrire per me, e questo me li ha fatti amare ancora di più.
Ora tocca a Francesco, che ha sempre ricambiato le mie attenzioni verso la sua istruzione con ottimi voti, a guadagnarsi questo viaggio; in futuro arriverà il momento anche per Leonardo, che ancora è troppo piccolo ma viene su bene anche lui.
Ricerca di base per l’ambiente
C’è chi ancora pensa che gli scienziati del CERN (Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare) siano delle specie di talpe che vivono sottoterra a giocare con il destino del mondo con i loro acceleratori di particelle, che progettino di costruire buchi neri che inghiottano la Terra, che facciano ricerche blasfeme sulla Particella di Dio (il bosone di Higgs). Più semplicemente – e generalmente – c’è chi vede nella Scienza tutto il male possibile dell’uomo e della sua natura autodistruttiva. Non è così, e vorrei un attimino spiegare il perché di quella Scienza con la lettera maiuscola: essa è figlia dell’intelletto e del ragionamento umano, al contrario della pseudo-scienza frutto dell’ignoranza e della superstizione che oggi è purtroppo tanto di moda.

Una striscia di Getter
Il CERN non è solo ricerca sui protoni, quark e affini: chi pensa che la ricerca di base sia una spesa inutile (come spesso la vedono gli ottusi responsabili dei bilanci statali e coloro che sono preposti a difendere l’istituto dell’istruzione fondamentale nel nostro paese) sbaglia: pensate se Tim Berners-Lee e Robert Cailliau nel 1989 avessero tenuto per sé le loro intuizioni e brevettato il World Wide Web: ora sarebbero arci-mega-pluri-fantastiliardari e vivrebbero in un deposito a Paperopoli, solo per fare uno dei più eclatanti esempi di invenzioni e scoperte che il CERN ha fatto dall’anno della sua fondazione.
Questo è stato reso possibile attraverso l’uso della tecnologia dell’ultra alto vuoto che viene usata al CERN all’interno degli acceleratori di particelle inventata dal fisico italiano Cristoforo Benvenuti, che ha sostituito il tradizionale nastro Getter con un film sottile di materiale Getter realizzato con speciali leghe metalliche messe a punto nei laboratori del Cern e deposto su tutta la superficie interna delle camere da vuoto, tecnologia sviluppata prima per il LEP e poi adottata anche per l’LHC.
IL VUOTO DELL’LHCPer realizzare il vuoto negli acceleratori di particelle, l’aria viene dapprima evacuata mediante normali pompe meccaniche. L’anello viene poi successivamente scaldato a 150 gradi per eliminare il vapore acqueo ancora presente sulle superfici interne. A questo punto restano da eliminare le molecole di gas (soprattutto idrogeno) che ancora permeano le pareti. Durante il funzionamento dell’ acceleratore infatti, le pareti interne subiscono il violento bombardamento della luce di sincrotone, la quale produce un’ ulteriore emissione di gas che deve essere eliminato. Entra qui in gioco il nastro Getter il quale cattura le molecole vaganti fissandole sotto forma di composti chimici stabili come ossidi, nitruri e carburi. |
Cristoforo Benvenuti con la sua invenzione
La ridotta dispersione di calore è ciò che rende questi pannelli solari innovativi: per poter aumentare la temperatura d’esercizio è necessario ridurre al minimo la perdita di calore e il vuoto appunto è il miglior isolante termico che la natura stessa può offrire. La luce diffusa o indiretta – che può rappresentare anche più del 50% del totale dell’energia solare disponibile nei paesi del Centro e Nord Europa, viene recuperata utilizzando un dispositivo riflettente costituito da due specchi cilindrici (vedi foto) e permette all’impianto di creare vapore anche in assenza di luce solare diretta.
Questa nuova tecnologia di costruzione dei pannelli solari potrebbe rivelarsi interessante per le industrie che l’adotteranno, consentendo dei notevoli progressi nel contenimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. In ogni caso, ci sono già i piani per estenderla a tutti gli impianti Colas in Svizzera. Tuttavia, è di minore interesse per l’uso abitativo civile: infatti questi pannelli solari producono acqua calda, ma a temperature molto elevate, fino a 300 gradi, quindi per un semplice uso domestico è necessario che l’intero sistema venga semplificato e reso meno costoso.
L’antica storia della Terra
Ho già affrontato l’enigma dell’età della Terra, adesso tocca alla sua origine, o meglio, alla sua straordinaria atmosfera.
Per la maggior parte della sua storia l’uomo ha creduto che la Terra fosse immutabile ed eterna, salvo quando accadevano i terremoti, alluvioni o le eruzioni vulcaniche che ne rimodellavano repentinamente l’aspetto. In questi casi la causa era quasi sempre attribuita alla scelleratezza umana, punita a questo modo dalle diverse divinità del pantheon di riferimento.
Per questo all’aria, invisibile e intangibile, ma sede dei più comuni e violenti fenomeni naturali come inondazioni, tempeste e anche siccità, era generalmente attribuito il regno delle divinità più potenti: Zeus, ad esempio, oltre ad essere continuamente alla ricerca di nuove amanti, era sempre arrabbiato per qualcosa, e scagliava fulmini e saette come punizione divina.
Adesso sappiamo che non è così, non crediamo più a certe superstizioni, anche se talvolta il genere umano meriterebbe qualche scappellotto per la sua immorale condotta ambientale. Non crediamo più alla teoria geocentrica e alla Terra piatta, anche se ci sono ancora sacche di resistenza di questo mito ancora oggi, come la Flat Earth Society che si propone di dimostrare la piattezza della terra con un filo a piombo e uno specchio d’acqua.
Ma esiste un’altra credenza dura a morire: l’immutabilità dell’atmosfera, o meglio della sua composizione principale: 78% di azoto e il 20% di ossigeno, più altri gas che sommati fanno il rimanente 2%. Non è sempre stato così: nell’arco dei 4,5 miliardi di anni di vita del nostro pianeta l’atmosfera planetaria è cambiata più volte sostituendosi completamente alla precedente.
La nascita della Terra

Aria e acqua: i componenti indispensabili alla vita sulla Terra: distruggerli dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità
La Terra nacque per aggregazione dei resti della nebulosa che dette origine al Sole, in una zona dove i silicati e il ferro erano una parte importante della composizione del disco protoplanetario, appena 10 milioni di anni dopo al Sole.
In quel periodo si formarono non uno, ma ben due pianeti a circa 150 milioni di chilometri di distanza l’uno dall’altro in un punto lagrangiano detto L5 del pianeta più grande, la Terra; l’altro era un po’ più piccolo, poco meno di Marte, oggi battezzato come Theia.
La Terra (e Theia) avevano raccolto anche una parte del gas residuo della nebulosa protoplanetaria, soprattutto idrogeno ed elio. La Terra allora molto piccola, era appena la metà di oggi e non aveva quindi un’importante campo gravitazionale come oggi; sotto la pressione del vento solare del Sole appena nato (fase T Tauri) e il calore del pianeta ancora molto alto, ben presto quell’atmosfera evaporò. Questa è stata la 1a atmosfera della Terra: idrogeno ed elio.
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Fase T Tauri Appena nasce una stella, l’avvio dei processi di fusione termonucleare, genera anche un fortissimo vento stellare che spazza via in pochi milioni di anni i gas residui della protostella. Questa fase prende il nome dal prototipo di questa classe T Tauri,. Solo dopo la stella entrerà nella sequenza principale |
Le rocce fuse che componevano il pianeta emettevano grandi quantità di diossido di carbonio che rapidamente sostituirono la 1a atmosfera, ed essendo più pesante il diossido di carbonio dell’idrogeno, questo resistette un po’ di più alla dispersione causata dal vento solare che, non avendo la Terra un campo magnetico molto forte, non poteva contrastare. Questa è stata la 2a atmosfera della Terra: diossido di carbonio.
La nascita della Luna
Vi ricordate della gemella Theia? Fu in quel periodo che cadde sulla Terra: la colpa come al solito, fu di Giove, non la divinità – anche se qualche antico greco potrebbe sentirsi di attribuire a lui la causa – ma il pianeta. Con i suoi passaggi orbitali causava una leggerissima spinta ai pianeti interni e, spingi oggi e spingi domani, alla fine destabilizzò l’orbita di Theia abbastanza da farla uscire dal punto lagrangiano e farla cadere sulla Terra. L’impatto fu devastante: il nucleo terrestre che aveva iniziato a differenziarsi durante la catastrofe del ferro, si arricchì ulteriormente del nucleo probabilmente già differenziato di Theia, formando un nucleo ferroso molto più grande ed esteso degli altri pianeti interni del sistema solare. Un nucleo così grande era capace di sprigionare un intenso campo magnetico in grado di contrastare efficacemente l’azione ionizzante e dispersiva del vento solare, ma sarebbe stato anche determinante per lo sviluppo di forme di vita superiori sulla Terra.
Circa il 2% della crosta dei due pianeti fu proiettata in orbita e finì per formare un anello di particelle incandescenti. Adesso la Terra poteva anche lei vantare il suo anello a 20.000 – 25.000 chilometri di quota, mentre la durata del giorno passò da 8 a 5 ore e anche la seconda atmosfera appena formata (qui una simulazione) andò perduta.
Lo spettacolo degli anelli non durò a lungo: nei primi 100 anni i frammenti di crosta terrestre proiettati in orbita cominciarono a coagularsi tra loro dando origine alla Luna.Il neonato satellite generava forze di marea sulla crosta ancora fusa (1.600° centigradi) 3.400 volte più forti di quelle attuali arrivando anche a deformare la struttura interna della Terra, ma stabilizzando l’asse di rotazione di questa nei pressi dei valori odierni e rallentandone notevolmente la rotazione, un po’ come un pattinatore che piroetta allarga le braccia per fermarsi.
Anche il gigantesco nucleo fece la sua parte generando a sua volta tensioni nella parte superiore del mantello abbastanza forti da impedire la formazione di un’unica crosta solida: è l’inizio della formazione delle zolle continentali.
Le comete
Il sistema solare allora era un posto piuttosto affollato: asteroidi e comete orbitavano intorno alla nuova stella e precipitavano spesso sui pianeti più grandi appena formati. Fu così che si formò la 3a atmosfera della Terra.
La composizione chimica delle comete è nota: ghiaccio d’acqua, metano, ammoniaca e altri idrocarburi: nella sua opera di spazzino la neonata Terra si arricchì di altra materia e di acqua, la quale raffreddò la superficie fino a creare definitivamente una crosta solida e i primi oceani che, sotto l’azione dell’attrazione lunare, contribuirono ulteriormente a rallentare la rotazione terrestre finendo per portare la durata del giorno a 22 ore.
Questi impatti cometari quindi, oltre che a creare gli oceani, portarono sulla Terra gli elementi che avrebbero prodotto una nuova atmosfera, molto più ricca e densa: metano, ammoniaca e diossido di carbonio, e forse… la Vita. A quel tempo l’ossigeno molecolare (O2) era rarissimo: le molecole di ossigeno appena erano disponibili si legavano chimicamente con i minerali della crosta e con quelli disciolti negli oceani, che a quel tempo, per la presenza di questi, avevano una bella colorazione verde; dimenticavo: a quel tempo l’aria non era blu come oggi per colpa dell’ossigeno: era rosa per colpa del metano, che con l’azoto era il gas più importante dell’atmosfera.
La rivoluzione fotosintetica
Fu con lo sviluppo delle prime forme di vita unicellulari, i cianobatteri, che la composizione dell’atmosfera cambiò radicalmente per la quarta volta, avvicinandosi alla composizione attuale: queste forme di vita, avevano letteralmente ricoperto gli oceani ed emettevano una grandissima quantità di ossigeno molecolare nell’atmosfera; finché ci furono minerali (come ad esempio le rocce ricche di ferro) disponibili per l’ossidazione, i livelli dell’O2 nell’atmosfera rimasero bassi, dopo incominciarono a salire rapidamente sostituendosi al metano. Questa è la 4a atmosfera della Terra. Una premessa: a quel tempo il Sole era circa il 20% più piccolo di oggi e l’energia solare da sola non bastava a mantenere l’acqua allo stato liquido: il metano, che è un gas serra 23 volte più efficace dell’anidride carbonica, suppliva alla mancanza di energia con un poderoso effetto serra, che però venne a mancare quando fu sostituito dall’ossigeno.
Questo provocò il rapido congelamento degli oceani fino all’equatore trasformando un pianeta ricco di vita, una vita che ne aveva ristrutturato pesantemente la composizione chimica superficiale e atmosferica, in una enorme palla di neve di quasi 13.000 chilometri di diametro.
Una stellina piccina picciò
È stata scoperta quella che sembra essere la più fredda delle 14 stelle mancate conosciute finora nel nostro universo. Queste stelle mancate sono chiamate nane brune, esse sono così fredde e deboli che sono invisibili anche ai più potenti telescopi che operano alle lunghezze d’onda della luce visibile. La scoperta è stata resa possibile dal telescopio spaziale a infrarossi Spitzer che ne ha catturato il debole bagliore.
Le nane brune sono oggetti strani del cosmo: non sono pianeti di alcuna stella, e non hanno raggiunto una massa sufficientemente grande da innescare fusioni termonucleari nel nucleo per diventare stelle. Raggiungono temperature comprese tra i 450 Kelvin e i 1300 Kelvin dovuto alla loro lenta contrazione gravitazionale e hanno una massa compresa tra le 5 volte la massa del nostro pianeta Giove e le 0,08 masse solari necessarie a fondere l’idrogeno in elio.
L’altro progetto, il NASA Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE), che ha il compito di scandagliare tutto il cielo alle lunghezze d’onda infrarosse, dovrebbe trovare centinaia di oggetti di questo tipo.
La maggior parte delle nane brune scoperte da Spitzer appartengono alla nuova classe stellare più recente coniata proprio per le nane brune chiamata T, ossia con una temperatura inferiore ai 1300 Kelvin. Questa stellina mancata, chiamata per ora con l’improbabile nome diSDWFS J143524.44+335334.6 ha una temperatura di appena 700 Kelvin, il che la pone direttamente al limite del ramo Y a lungo cercato e per ora ancora teorico creato apposta per una classe di oggetti quasi stellari ancora più freddi. Qui sotto potete vedere il diagramma di temperatura usato dagli astronomi per classificare le stelle.
| Oh Be A Fine Girl, Kiss Me * | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||
* (e poi dicono che gli astronomi sono dei secchioni e non sanno fare le battute) |
Si presume quindi che se esistono oggetti appartenenti alla classe Y, WISE sia in grado di trovarli, ha affermato Davy Kirkpatrick, membro del team scientifico WISE presso il California Institute of Technology di Pasadena, in California.
Kirkpatrick accenna anche alla possibilità che WISE possa trovare il, per ora solo ipotetico, oggetto responsabile delle perturbazioni delle orbite di Urano e Nettuno, problema che per ora è rimasto senza soluzione. Vi è una certa speculazione tra gli scienziati che un tale corpo possa esistere veramente, che si suppone possa essere una nana bruna compagna del Sole a migliaia di unità astronomiche da esso e responsabile di cicliche perturbazioni nella Nube di Oort. Questo ipotetico oggetto è stato per ora soprannominato col lugubre nome di “Nemesis“.
“Stiamo chiamando la ipotetica nana bruna Tyche, al posto di Nemesis”, ha chiarito Kirkpatrick. [1]
Anche se è per ora prematuro affermare che Tyche esista o meno, WISE dovrebbe essere in grado di trovarla, o di escludere definitivamente questa ipotesi.
[1] Fonte: http://www.spitzer.caltech.edu/news/1137-feature10-08-The-Coolest-Stars-Come-Out-of-the-Dark
Paura e Speranza
In questi giorni ha guadagnato il titolo di notizia catastrofista dell’anno la previsione dell’estinzione della specie umana entro il prossimo secolo. Normalmente a predire catastrofi e sciagure sono i sedicenti maghi seguaci delle quartine di Nostradamus o gli pseudo archeologi che vedono improbabili allineamenti astrali in qualche antico monumento dimenticando che i nostri antenati erano degli ottimi osservatori del cielo e dei suoi eventi, oppure di chi si diverte a diffondere paure e superstizione tra la gente, un po’ come altri articoli da me demistificati su questo Blog.
No, questa volta è un arzillo vecchietto, uno scienziato che ha fatto molto per il genere umano, a predire questo sciagurato scenario.
In pratica ha detto che l’umanità si è resa irresponsabilmente colpevole della sua stessa distruzione nel momento in cui ha deciso di modellare l’ambiente in cui vive fin dall’inizio della sua storia, quella che il Nobel Paul Crutzen ha ribattezzato Antropocene. Quindi attraverso i suoi comportamenti che vanno dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, all’aver causato l’estinzione di migliaia di specie viventi e alterato l’equilibrio dell’ecosistema planetario e dell’atmosfera, fino all’indiscriminata esplosione demografica che ha portato l’umanità alla soglia dei 7 miliardi di individui, la specie umana si è resa boia di sé stessa.
Fenner ha anche elogiato lo stile di vita degli aborigeni australiani che in 40 mila anni hanno saputo vivere in contatto con la natura senza avere la necessità di alterare l’atmosfera e sentire il bisogno della scienza…
Ecco: SCIENZA. Scienza da criminalizzare, da accusare sempre e comunque di tutti i guai e i mali del genere umano, il frutto dell’Albero Proibito del libro della Genesi che fu causa della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Invece che accusare il consumismo sfrenato del ricco occidente che dissangua l’80% delle ricchezza del mondo, l’irrefrenabile ricerca del profitto economico anche e a scapito delle finite risorse del pianeta, vedi l’irresponsabilità della lobby petrolifera che ha fatto bocciare la richiesta di moratoria dell’amministrazione Obama sulle trivellazioni nel Golfo del Messico, Fenner si limita a indicare nella scienza il nemico numero uno dell’Uomo.
Un bel pensiero malthusiano, ignoranza superstizione e involuzione perlomeno all’era preindustriale, se non preistorica per scongiurare l’inevitabile catastrofe dell’umanità.

Invece a mio avviso da condannare per l’attuale situazione, che anch’io definisco grave e pericolosa, è l’enorme spreco di risorse di cui noi occidentali siamo responsabili, dell’enorme spreco di sforzi che facciamo in campo militare per la conquista con la forza delle sempre più esigue sacche di ricchezza che il mondo ci offre, nel cattivo uso che facciamo della Scienza, quando invece dovremmo cercare di espandere il genere umano anche al di fuori di questo mondo, in un disegno che ritengo inevitabile per il futuro della specie umana. Se un futuro esiste per il genere umano è proprio nella Scienza, che altro non è che il frutto proibito dell’uomo: l’intelletto, che ha sostituito le corazze o gli artigli che gli altri animali in competizione per l’habitat avevano quando è apparso, che ne ha impedito la precoce estinzione già 2,5 milioni di anni fa e decretato il successo e l’evoluzione come specie.
Ma chi sono io per criticare uno scienziato novantacinquenne?
Bufale cosmiche
Ci risiamo:
in questi giorni sta circolando la notizia che narra di avvenuti contatti con altre civiltà extraterrestri attraverso vari radiotelescopi sparsi nel mondo che hanno intercettato segnali intelligenti provenienti da Aldebaran, Epsilon Eridani, Izar, Thuban e Proxima Centauri. La notizia per ora sarebbe stata tenuta nascosta dai governi del pianeta ovviamente per non sollevare il caos nella popolazione mondiale. Di per sé sarebbe una meravigliosa notizia, specie per chi ha sempre ritenuto improbabile l’unicità della razza umana come specie senziente nell’Universo e da anni partecipa al progetto Seti@Home, se non fosse per un piccolo particolare che rende tutta la notizia una evidente bufala.
Si parla infatti di segnali trasmessi in una non meglio precisata zona profonda nella banda dell’ultravioletto, una zona che, purtroppo per l’inventore della falsa notizia, i radiotelescopi non possono vedere!

Lo spettro elettromagnetico è la gamma di tutte le frequenze possibili delle radiazioni elettromagnetiche. Questo rappresenta la distribuzione caratteristica delle radiazioni elettromagnetiche emesse o assorbite da un particolare oggetto.
Lo spettro elettromagnetico si estende dalle frequenze radio utilizzate per le radiocomunicazioni alle radiazioni gamma nella lunghezza d’onda più corta, esso copre tutte le lunghezze d’onda possibili, andando dalle dimensioni dell’Universo fino alla lunghezza di Planck, ed è veicolato da una particella fondamentale senza massa: il fotone.
Per sfortuna dell’inventore della bufala, ma per fortuna nostra, l’ultravioletto è un tipo di radiazione elettromagnetica che viene schermato con abbastanza efficacia dallo strato di ozono della nostra atmosfera. Essendo infatti molto energici, gli UV possono rompere i legami chimici, rendendo le molecole particolarmente reattive o ionizzate (effetto fotoelettrico). Ad esempio le scottature solari sono causate dagli effetti distruttivi delle radiazioni UV sulla pelle e sono la principale causa di cancro alla pelle quando la radiazione danneggia irreparabilmente il DNA delle cellule, per questo infatti le radiazioni UV vengono considerate mutagene. Il Sole emette una grande quantità di radiazioni UV che se arrivassero sulla superficie trasformerebbero la Terra in un deserto sterile.
Quindi, l’ultravioletto proveniente dallo spazio non è visibile dalla superficie della Terra, tant’è che prima dell’avvento dei satelliti artificiali, le uniche osservazioni in questa banda dello spettro elettromagnetico venivano fatte con palloni sonda per lo più dall’Antartico dove lo strato di ozono è più sottile.
I radiotelescopi invece sono utilizzati per lo studio delle emissioni radio naturali degli oggetti astronomici tra le lunghezze d’onda comprese tra i 10 metri (30 megahertz [MHz]) e 1 millimetro (300 gigahertz [GHz]). A lunghezze d’onda più lunghe di circa 20 centimetri (1,5 GHz), le irregolarità della ionosfera falsano i segnali in ingresso. Questo è un fenomeno noto come scintillazione, che è analogo a quello scintillio che vediamo nelle stelle alle lunghezze d’onda ottiche. L’opacità della ionosfera alle onde radio cosmiche diventa sempre più importante con l’aumentare della lunghezza d’onda. A lunghezze d’onda più lunghe di circa 10 metri, la ionosfera diventa completamente opaca ai segnali in ingresso. Le osservazioni radio delle sorgenti cosmiche a queste lunghezze d’onda sono difficili per i radiotelescopi terrestri. Anche alle lunghezze d’onda inferiori di pochi centimetri, l’assorbimento dell’atmosfera diventa sempre più critico. A lunghezze d’onda inferiori a 1 centimetro (30 GHz), le osservazioni da terra sono possibili solo in poche bande specifiche che sono relativamente libere dall’assorbimento atmosferico. Tuttavia, alle lunghezze d’onda comprese tra 1 e 20 cm, l’atmosfera e la ionosfera introducono solo lievi distorsioni nel segnale in ingresso. Attraverso una elaborazione del segnale si possono correggere questi effetti, in modo che l’effettiva risoluzione angolare e la qualità delle immagini è limitata solo dalle dimensioni dello strumento.
Anche qui la storia dei radiotelescopi che ascoltano l’ultravioletto rivela la falsità della notizia.










