Materia pre-biotica nelle meteoriti

Generalmente non faccio copia-incolla dagli altri blog, preferisco non scrivere piuttosto. Questo e il prossimo articolo sono un po’ diversi, in quanto illustrano efficacemente il messaggio che da sempre ho sostenuto anche con questo Blog che, qualora si verifichino le condizioni di contorno appropriate, la Vita sia un fenomeno piuttosto comune nel nostro Universo. Per Vita ovviamente non intendo necessariamente Vita Intelligente capace di entrare in contatto con Noi, ma più comunemente anche vita microbica, allo stato iniziale dello sviluppo o quasi. Il fatto che finora non sia stata trovata con certezza è solo che non abbiamo ancora osservato bene dappertutto.

di Giuseppe Galletta, Dipartimento di Astronomia-Università degli Studi di Padova

Formazione del disco proto-planetario. Cortesia Giuseppe Galletta.

La storia delle meteoriti che arrivano sulla Terra inizia circa 5 miliardi di anni fa, quando una nube fatta di molecole e di microscopici grani di polvere inizia a schiacciarsi su se stessa a causa del proprio “peso”. Le particelle di cui è fatta si muovono molto lentamente e la densità è così bassa che esse possono percorrere grandi distanze nello spazio vuoto senza collidere tra loro. A causa di ciò la pressione termica all’interno della nube è bassissima e la sua forza di gravità predomina, facendola contrarre. Questa contrazione aumenta la pressione – e di conseguenza la temperatura – al centro della nube, e in circa 50 milioni di anni genererà il Sole. Il materiale intorno inizierà a ruotare intorno al Sole nascente depositandosi sul piano di un disco, detto disco protoplanetario, da cui nasceranno i pianeti. Ed è in questo disco che si condensa il materiale di molti tipi di meteoriti. Esiste perciò un legame di genesi tra il gas interstellare e il materiale che si trova all’interno delle meteoriti; studiando queste ultime, possiamo avere delle informazioni preziose sull’origine del disco protoplanetario e sulla composizione del materiale interstellare. Ma esse possono darci anche delle risposte sulla possibilità che una forma di vita possa svilupparsi in un luogo diverso dal nostro pianeta. Vediamo perché.

Le osservazioni dei radiotelescopi ci hanno mostrato che nelle nubi interstellari esistono più di un centinaio di specie molecolari. Le singole molecole ruotano e vibrano anche miliardi di volte al secondo, producendo radiazione a miliardi di Hertz, osservate nel campo delle microoonde. Tra esse si è riusciti da identificarne alcune particolarmente interessanti: la formammide, gli idrocarburi policiclici aromatici, la glicoladeide (uno zucchero), persino tracce di una molecola che potrebbe essere la glicina, un amminoacido. Queste sostanze non hanno probabilmente nessun significato per la maggior parte dei lettori. Tuttavia esse sono particolarmente importanti per gli esseri viventi. Il funzionamento delle nostre cellule dipende dalle proteine, costituite da catene di amminoacidi. Trovare amminoacidi nello spazio dove non ci sono ancora né stelle né pianeti indica che i pezzi necessari alla vita si possono formare in abbondanza ed essere diffusi in tutta la Galassia. Prima di queste osservazioni si conosceva un meccanismo, scoperto da Miller nel 1952, che riusciva a formare amminoacidi in forma stabile partendo da sostanze semplici come idrogeno, ammoniaca, metano e acqua bollente. L’esperimento cercava di  riprodurre l’origine della vita sulla Terra ed era riuscito a produrre sia amminoacidi utilizzati dalle forme viventi sulla Terra che altri non “biologici”, oltre a sostanze utilizzate nel metabolismo come gli acidi lattico (per esempio, prodotto nel metabolismo muscolare), succinico (che entra nel processo della respirazione cellulare)  e l’urea (prodotta dal metabolismo animale).

Abbondanza degli elementi nella nostra Galassia. Cortesia: Giuseppe Galletta.

Anche la scoperta di formammide (formula HCONH2) nello spazio ha una particolare importanza. Essendo una molecola molto reattiva chimicamente, si è dimostrata una vera pietra filosofale nel generare basi azotate. La formammide riscaldata a 110-160 °C in presenza di ossidi metallici e su strati di minerali che simulano la polvere interstellare ha prodotto nei laboratori le basi azotate Citosina, Uracile, Timina e Adenina. Allo stesso modo è stata prodotta Ipoxantina, una molecola con proprietà molto simili a quelle dell’Adenina. Adenina, Uracile, Citosina e Guanina, legate a tre molecole di fosfato e a uno zucchero (il ribosio) formano la lunga catena dell’RNA. Una simile combinazione di quattro basi, Adenina, Timina, Citosina e Guanina, con i fosfati e un altro zucchero (il deossiribosio) costruisce la doppia elica del DNA dei viventi. Queste molecole si trovano identiche in tutte le specie terrestri, dal virus all’elefante. Un filamento di RNA come quello dei virus più semplici potrebbe essere stato il primo essere vivente sulla Terra da cui discendono tutti gli esseri viventi attuali. Perciò capire come esse si possano formare da un processo fisico-chimico semplice è molto importante per comprendere i meccanismi sull’origine della vita.

Cortesia: Giuseppe Galletta.

Non possiamo però stabilire direttamente se basi azotate e amminoacidi siano presenti nelle nubi interstellari, poiché esse non possono essere rivelate dai radiotelescopi a causa della loro struttura complessa che non permette loro di vibrare o ruotare molto velocemente senza distruggersi.. Si può ragionevolmente supporre che, se esse sono state presenti nelle nubi che hanno formato il disco protoplanetario del Sistema Solare, siano rimaste in parte incorporate nei granelli di grafite e silice che hanno formato asteroidi, pianeti e comete. Non tutte queste sostanze potevano però restare intatte nel lungo processo di formazione dei pianeti. Vicino al Sole la temperatura era così alta da distruggere una gran quantità di sostanze e  far evaporare tutti i ghiacci, mentre lontano dal Sole i minerali che si sono formati erano in grado di incorporare tantissime molecole.

Continua…

Giuseppe Galletta

Professore di Astrobiologia, Università di Padova

Fonte:  http://www.gruppolocale.it/wp/wp-trackback.php?p=3104

Polvere di stelle

Credit: Spaceweater.com

Lo sciame delle Quadrantidi

Le Quadrantidi sono uno sciame  visibile i primi giorni di gennaio. Il suo picco si sposta dal 3 al 4 del mese e il suo radiante è nella costellazione di Boote.
Questo è uno sciame un po’ diverso dagli altri: difatti è molto giovane, ha circa 500 anni ed ha la sua origine da quello che attualmente è classificato come l’asteroide 2003EH1, ma che in passato pare  sia stato una cometa osservata dagli astronomi cinesi, giapponesi e coreani alla fine del  XV secolo chiamata C/1490 Y1

In Europa eravamo tutti presi dallo spettacolo dell”eclissi di Sole , che ci siamo quasi dimenticati dello sciame meteorico  delle Quadrantidi che raggiungeva il suo picco appena poche ore prima.
Secondo i dati dell’International Meteor Organization (IMO) che raccoglie i dati di tutto il mondo, il tasso zenitale orario è stato di quasi un centinaio di meteore all’ora.
In quei momenti in cui molti di noi dormivano, Mike Hankey di Freeland, Maryland, ha osservato questo bolide esplodere in cielo provocando un flash luminoso quanto il pianeta Venere e una scia che si è dissolta in dieci minuti.

In Europa l’eclissi di Sole, in America le Quadrantidi con i bolidi che esplodono nel cielo: l’inizio dell’anno promette bene per gli astronomi di tutto il mondo.

Immagini stenoscopiche

Anche se il nome suona difficile, in realtà si tratta di un procedimento estremamente  semplice. Un’immagine stenoscopica si ottiene con una banalissima camera oscura, ossia una scatola con una carta fotografica da una parte e un quasi microscopico forellino dall’altra.
La  luce penetra da quell’unico forellino e impressiona la carta; tutto qui.

Credit Jan Koeman, Middelburg, the Netherlands

Certo, magari non tutti possono disporre di quel minimo di tecnica per maneggiare la carta fotosensibile e la pazienza necessaria per questo tipo di sperimentazione che richiede di lavorare in  una camera oscura (io per esempio ho le dita a prosciutto) ma i risultati sono bellissimi, come potete vedere da questa foto a lato.
Questa foto, realizzata con la camera stenoscopica, mostra il Sole dall’alba al tramonto per sei mesi ininterrotti di esposizione. I punti in cui le linee sono interrotte indicano una copertura nuvolosa che ha oscurato il cielo. Questo genere di riprese ha un nome ben preciso: solargrafia, con migliaia di fans in tutto il mondo.
Addirittura la NASA ha allo studio un progetto chiamato New Worlds Imager che dovrebbe permettere di studiare i pianeti extrasolari  con questa tecnica: una struttura di circa un chilometro di diametro con foro di 10 metri al centro, e uno specchio collimato con l’altra struttura grande quanto il foro, a 200 000 chilometri di distanza!
Comunque senza fare progetti pindarici, il concetto di camera oscura potrà rivelarsi utilissimo a breve per quanti vorranno cimentarsi a osservare l’eclisse di Sole (vedi l’articolo su questo Blog) senza rischiare la vista con mezzi di fortuna (che io sconsiglio): se avete una stanza rivolta verso il Sole (sud, sud est) potete praticare un minuscolo forellino in un cartone o  una scatola, anche quelle da scarpe vanno benissimo,  e osservare l’andamento del fenomeno sul pavimento o sulla parete opposta … capovolto! Potete a questo modo disegnare, magari su carta l’impronta del Sole e della Luna che si muovono con l’avanzar del tempo,  un po’ come faceva il celebre pittore veneziano del XVIII secolo Giovanni Antonio Canal quando disegnava i suoi celebri paesaggi.

Anche questa è scienza.

Un pallido puntino blu

La Terra osservata nel 1990 dalla Voyager1 da 6 054 558 968 chilometri. le bande colorate sono artefatti dovuti al bagliore del Sole - Credit: NASA JPL


« Da questo distante e vantaggioso punto di vista, la Terra può non sembrare di particolare interesse.
Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi.
Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita.
L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un minuscolo granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole.
La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.
Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un puntino.
Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odi.
Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida.
Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico.
Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.
Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo.
Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto. »

Carl Sagan

Come osservare l’eclisse di Sole del 4 gennaio 2011

L’eclisse lunare scorsa era invisibile in Italia, ma questa eclisse di Sole del 4 gennaio 2011 sarà visibile dall’alba a tutta la mattinata, cielo permettendo. Qui di seguito ho creato una tabella che indica le ore più importanti dell’evento per alcune città italiane; se dovesse mancare la vostra, prendete d’esempio il calcolo per la città più vicina.

Quello che però mi preme sottolineare e che questo genere di osservazioni non va preso troppo alla leggera: un’esposizione diretta anche se accidentale degli occhi alla luce solare può causare gravi danni alla retina, fino a produrre una cecità.
Un buon filtro solare sicuro lascia passare solo lo 0.003 % della luce solare visibile e lo 0.5 % della radiazione infrarossa, pertanto tutti i filtri meno efficenti possono essere molto pericolosi.
I vetri affumicati con la candela, come spesso viene tramandato dalla tradizione popolare sono in realtà fra i più pericolosi: il nerofumo della candela è disomogeneo e al tatto va via, oltre a non essere un buon filtro.
Anche i mitici vetrini o occhiali da saldatore possono non essere adatti: infatti la maggior parte di essi è adatta a osservare sorgenti di saldatura di qualche centinaio di kelvin, il Sole invece è un po’ più caldo! Quindi consiglio di usare vetrini inattinici di scala DIN 14:

Quindi quando si parla di occhi la prudenza non è mai troppa, io consiglio infatti di acquistare degli occhialini con pellicola speciale chiamata Astrosolar, studiata apposta per un uso astronomico.

In alternativa, ma non me ne assumo alcuna responsabilità, mostro come si possono autocostruire occhialini di cartone adatti all’osservazione solare:

1) sul del cartoncino bristol ritagliate una figura come il modello qui sotto:

2) e su un foglio di mylar come in questo disegno:

3) incollate con un filo sottile e continuo sul bordo di colla cianoacrilica la maschera sul telaio in cartone e verificate che non passi la luce da alcuna altra parte se non dagli spazi preposti.

Il mylar si può acquistare nei negozi di ottica e astronomia: è simile al poliestere argentato con cui vengono incartate le uova di pasqua. L’importante è che non presenti difetti, grinze o buchi. La parte argentata deve essere rivolta verso l’esterno e la superficie deve essere priva di qualsiasi difetto o forellino, basta osservarla controluce ad una lampada ad incandescenza per accertarsene. Il mylar che invece si trova nelle cartolerie non è invece adatto, in questo sfortunato caso, se proprio volete, è bene usare due maschere sovrapposte, sempre col lato argentato rivolto all’esterno, ma il suo uso è a vostro rischio e pericolo.

Un’altra soluzione molto economica e molto più sicura è quella di osservare la luce del Sole proiettata su un foglio bianco da un forellino in una scatola o foglio di cartone da circa un metro di distanza: è un elioscopio certamente rudimentale, ma infinitamente più sicuro di un filtro inadeguato e altrettanto spettacolare.

Un’ultima precauzione: qualche temerario inesperto potrà avere il colpo di genio di usare un binocolo o un cannocchiale magari dopo aver indossato gli occhiali protettivi: NON FATELO! moltiplichereste la quantità di luce al filtro e agli occhi, con conseguenti seri rischi. Questo genere di filtri vanno usati sempre a monte di qualsiasi strumento ottico, mai a valle!

Detto questo non mi resta che augurarvi una buona e consapevole eclisse. Cieli sereni a Tutti.

L’importanza di una eclisse

Credit: Jonathan Sabin - Ellenton, Florida

Sono passati ben 372 anni dall’ultima volta che c’è stata una  eclisse totale di Luna durante il solstizio d’inverno, peccato che non sia stata visibile dal nostro paese, se non per pochi minuti prima dell’alba, cielo permettendo. Per questo non me la sono sentita di scrivere qualcosa in merito per annunciare un fenomeno che con tutta probabilità non sarebbe forse nemmeno notato.
Vorrei solo sottolineare l’importanza delle osservazioni visuali, e ovviamente fotografiche, di un evento tutto sommato abbastanza banale.
Come ha sottolineato anche l’ottimo sito spaceweather, è importante l’osservazione anche solo visuale di una eclissi di Luna. Le informazioni che si possono ricavare dal colore e dalla Luminosità della Luna in ombra sono un indice preziosissimo sulla qualità della nostra stratosfera.
Infatti, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la Luna non scompare mai del tutto, come ci si aspetterebbe da un corpo che entra in un cono d’ombra, specie se questo cono d’ombra è proiettato dalla Terra stessa. La nostra atmosfera diffonde la luce solare nel nostro cono d’ombra all’altezza della Luna rendendola comunque visibile, anche se arrossata, più o meno per lo stesso fenomeno che rende rosso il Sole all’orizzonte.

Quando qli strati più alti della nostra atmosfera sono più sporchi, come ad esempio dopo un’eruzione vulcanica, la qualità e la quantità di luce diffusa cambia, e più la nostra atmosfera è opaca, meno luce viene diffusa e meno luminosa è la Luna durante l’eclisse.

Per il professore Richard Keen dell’Università del Colorado, l’effetto dell’eruzione del Pinatubo del 1992 che inondò l’atmosfera di milioni di tonnellate di polveri e gas, provocò un abbassamento globale di temperatura di qualche decimo di grado rendendo più opaca l’atmosfera ai raggi del Sole e le eclissi di Luna più oscure.
Quindi le riprese di questa eclisse del 21 dicembre scorso indicano una atmosfera abbastanza limpida, nonostante la famosa eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che mise in all’erta i cieli di tutta Europa nei mesi di marzo e aprile scorsi.

Quindi è importante l’osservazione visuale dei fenomeni celesti, come per esempio le eclissi, o le piogge di meteore, o le comete quando è possibile. Come vedete anche da una banalità come l’intensità di un cono d’ombra può dare più informazioni di tanti articoli di giornale sullo stesso fenomeno, che si limitano alla cronaca dell’evento, come invece mi sforzo di  fare attraverso questo Blog.

Dimenticavo: per chi ha voglia di godersi alcune immagini dell’eclissi di Luna del 21 dicembre 2010 può trovarle a questo indirizzo.

SNR 0509, una bolla di sapone nel cielo

SNR0509

Sembra una leggerissima bolla di sapone, una di quelle che i bambini – e anche qualche adulto – si divertono a creare per diletto.

In realtà è il risultato della somma di diverse riprese a diverse lunghezze d’onda del Telescopio Spaziale Hubble nell’arco di ben 4 anni (dal 2006 al 2010), tecnica usata per mettere in risalto particolari altrimenti invisibili. Più o meno tutte le fotografie astronomiche  subiscono una rielaborazione software, necessaria per esaltare alcuni particolari e migliorarne la resa anche cromatica, un po’ il contrario di quello che accade alle foto delle modelle dei calendari tanto di moda dove il ritocco serve a nascondere gli umani difetti.
Questa bolla è il residuo di supernova di tipo Ia nella Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra visibile dall’emisfero sud, denominata SNR 0509 [1]. Essa si estende per circa 23 anni luce e  si espande a una velocità di 18 milioni di chilometri orari. In questo modo è stato possibile risalire all’epoca dell’esplosione della supernova che è risultata essere avvenuta intorno al 1600. Anche se forse è stata visibile ad occhio nudo, non ci sono testimonianze storiche che descrivano l’apparizione di questa stella nova, come invece è accaduto per altre celebri supernove viste dall’emisfero nord nell’antichità.

Ma cos’è una supernova di tipo Ia?

Ne esistono diversi tipi di supernova, quella di tipo Ia nasce in un sistema binario stretto con un meccanismo simile alle stelle nova, dove una delle due stelle quando si espande per diventare una gigante rossa cede parte della sua materia alla stella compagna già al termine della sua esistenza, una nana bianca. Il plasma che cade sulla superficie della stella compagna finisce per accumularsi e incendiarsi in una reazione di fusione generando così una nova, ma se la stella nana bianca è vicina a 1,44 masse solari, l’accumulo di materia sulla superficie la fa collassare in una stella di neutroni riaccendendo le fusioni termonucleari del nucleo della stella -ormai sopite –  che inizia a bruciare il carbonio e l’ossigeno prodotti prima di decadere in nana bianca. L’improvviso rilascio di questa energia fa esplodere la stella degenere in una supernova di tipo Ia.
Quindi un limite fisico ben preciso, 1,44 masse solari detto limite di Chandrasekhar, fa  sì che tutte le supernove di tipo Ia siano sempre della medesima luminosità, e quindi la loro comparsa in altre galassie permette di stabilire con una certa precisione la loro distanza. Come si fa a sapere se una supernova sia di tipo Ia o di un altro tipo?
semplice … lo spettro di una supernova di tipo Ia non contiene  elio (quello era già stato consumato prima), ma mostra le tipiche righe di assorbimento del silicio prodotto durante la passata esistenza della stella prima di finire la sua esistenza come nana bianca.

Quindi, carbonio, ossigeno, silicio sono stati creati lì, dentro quelle fornaci termonucleari che noi chiamiamo stelle, e per quanto possa essere drammatica l’esplosione di una supernova, è grazie a quel meccanismo che si sono sparsi per il cosmo gli elementi chimici che compongono oggi i nostri corpi: siamo davvero figli delle stelle …

[1] SNR è l’acronimo di SuperNova Remnant (residuo di supernova)

Foto di famiglia per una stella

L'immagine ad infrarossi del sistema planetario HR8799 (HD218396). Questa immagine mostra il pianeta HR8799b (cinque volte la massa di Giove), pianeti e HR8799c HR8799d (sette volte la massa di Giove) e la HR8799e (nuovo pianeta). Le frecce indicano il moto dei pianeti previsto per i prossimi 10 anni. Credit: NRC-HIA, Christian Marois, and the WM Keck Observatory

Quella che vedete è la prima immagine di un sistema planetario diverso dal nostro, Distante circa 129 anni luce, HR8799 è lassù, sul bordo del grande quadrato di Pegaso a circa metà strada tra Markab (α Pegasi) e Scheat (β Pegasi), appena visibile ad occhio nudo nelle migliori condizioni.
Questo sistema planetario fu scoperto nel 2008 da Christian Marois ed altri usando una tecnica particolare chiamata immagine differenziale angolare usata sia sulle immagini riprese  al W.M. Keck che al Gemini Nord posti sul monte Mauna Kea alle isole Hawaii [1].

Pianeti
(in ordine di distanza)
Massa
(Giove = 1)
Semiasse Maggiore
(UA)
Periodo Orbitale
(anni)
Eccentricità
e 9±4 ~ 14.5±0.5 ~ 45 ?
d 10±3 ~ 24 ~ 100 >0.04
c 10±3 ~ 38 ~ 190 ?
b 7+4−2 ~ 68 ~ 460 ?
Disco di polvere 75 unità astronomiche

Questi sono giganti gassosi enormi, che insieme fanno una massa complessiva di oltre 30-40 pianeti come Giove distribuiti in una zona che va al di là dell’orbita di Saturno (10 UA) fino a 7 volte questa.
Questa scoperta mette in crisi le nostre teorie sulla nascita e l’evoluzione dei sistemi planetari: com’è possibile che a 70 UA ci sia stata ancora materia sufficiente per formare il pianeta b? e anche per creare gli altri pianeti più interni d e c?
Potrebbero essere migrati da zone più interne del disco protoplanetario fino ad occupare l’attuale posizione o sono pianeti vagabondi nati nel cluster stellare progenitrice della stella  come mostrano alcune simulazioni per le comete [2] e poi catturati in seguito, oppure il nostro modello che spiega abbastanza verosimilmente il sistema solare è da riscrivere?

Il bello della scienza, e quindi anche dell’astronomia, è proprio questo: ogni scoperta solleva molte altre domande senza risposta le quali, una volta esaudite, portano ad altre scoperte e così via.
La prossima volta che osserverete il grande quadrato di Pegaso, ricordatevi di questa stellina e se riuscirete a scorgerla pensate che qualche fotone di questa proviene anche da questi pianeti.

[1]  http://www.gemini.edu/node/11151
[2] http://www.swri.org/9what/releases/2010/cometorigins.htm

una piuma solare

a

Credit: http://spaceweather.com

Come avevo anticipato sulla pagina de Il Poliedrico su facebook ierisera, la gigantesca piuma di plasma lunga 700.000 chilometri (circa un raggio solare!) è esplosa oggi per tutta la sua lunghezza, come mostra questa splendida immagine ripresa dal Solar Dinamics Observatory questo pomeriggio. La Terra non si trovava direttamente sulla linea di tiro dell’esplosione, quindi gli effetti di questo magnifico CME (Coronal Mass Ejection) non dovrebbero essere particolarmente rilevanti. Comunque un occhio al cielo per i prossimi giorni se per caso vi trovaste nel paese di Babbo Natale o comunque presso quelle latitudini datelo: potreste vedere qualcosa di meraviglioso.

ps. appena mi sarà possibile vi illustrerò le ultime scoperte della missione STEREO, che ha permesso di capire più a fondo come nascono e si sviluppano i CME; restate sintonizzati.

Rea: una luna… ossigenata

luna di Saturno Rea potrebbe avere un'atmosfera respirabile

Rea: diametro 158 km - densità 1,240 kg/m3 Sostanzialmente una grossa palla di ghiaccio. Credit: NASA

La meraviglia tecnologica in orbita attorno a Saturno chiamata Cassini, che si è perfettamente ripresa dal blocco precauzionale dei suoi sistemi di qualche giorno fa,  ha fatto un’altra eccezionale scoperta.

Dopo i due precedenti fly-by del 2005 e del 2007 che non dettero risultati definitivi, nel marzo scorso la sonda Cassini è riuscita a sorvolare il secondo satellite di Saturno Rea a soli 97 chilometri, entrando nella sua atmosfera e ottenendo misurazioni dirette della composizione chimica dell’atmosfera del satellite.
L’atmosfera di Rea rilevata da Cassini è composta per il 70 per cento da ossigeno e  da anidride carbonica per il restante 30.   Alla quota di sorvolo l’atmosfera è risultata essere circa un centesimo di quelle di Europa o Ganimede, per questo finora non era stata rivelata.
L’origine dell’ossigeno atmosferico è molto probabilmente dovuto al continuo bombardamento della superficie di Reia da parte di particelle elettricamente cariche provenienti dalla magnetosfera di Saturno, mentre per quanto riguarda l’origine dell’anidride carbonica la faccenda diventa misteriosa ed interessante.
Probabilmente  come altri corpi del sistema solare, anche Rea probabilmente è ricca di molecole organiche di carbonio o del metano è mescolato insieme al ghiaccio d’acqua, che ne è il componente principale, per cui lo stesso meccanismo che genera l’ossigeno è anche l’autore del biossido di carbonio rilevato. Oppure un continuo bombardamento di micrometeoriti ricche di composti di carbonio potrebbe fornire la materia prima per le reazioni descritte prima, ma a questo punto viene da chiedersi da dove provengano queste micrometeoriti carboniose.
Un’altra ipotesi prevede che il biossido di carbonio provenga dall’interno del corpo celeste e che quindi questo sia molto antico, almeno quanto lo sia la luna quando si formò o che comunque sia il frutto di reazioni termochimiche molto antiche, anche se ora Rea appare geologicamente morta.

Insomma qualunque sia la risposta, Cassini con la sua scoperta ha avviato tutta un’altra sequenza di interrogativi di cui vi ho reso partecipi, forse il prossimo sorvolo del satellite da parte della sonda Casini potrà darci altre informazioni che ci potranno aiutare a dissipare questo mistero. Questo è previsto per il prossimo gennaio, quando Cassini sfiorerà Rea a soli 75 chilometri. Incrociate le dita.