Gaia, il coltellino svizzero del Cosmo

Colgo l’occasione per ringraziare l’astronomo Marco Castellani dell’Osservatorio Astronomico di Roma per aver condiviso alcune slide su Gaia da cui poi ho tratto questo articolo.

Rappresentazione artistica del telescopio spaziale Gaia Credit: ESA

Immaginate di possedere un obiettivo, un cannocchiale o – se preferite – un telescopio tanto potente e preciso da misurare lo spessore di un capello di un turista a Cosenza stando in cima al Monte Rosa.
Che attraverso questo formidabile strumento possiate vedere quanto pesa, che età ha e perfino di misurare la brezza che gli scorre sulla faccia mentre cammina.

Questo formidabile oggetto esiste e si chiama Gaia, acronimo di Global Astrometric Interferometer for Astrophysics.
Gaia è una sonda dell’ESA che nel 2013 andrà a prendere il posto di Hipparcos, l’altro famoso satellite che ha misurato con una accuratezza finora non raggiunta la posizione e la velocità radiale di ben 100000 stelle con una precisione di 2 millisecondi d’arco.
Gaia promette di andare molto più in là:  misurerà la posizione, la distanza, e  il moto proprio con una precisione di circa 7 μas (un microarcosecondo è 1 × 10−6 secondo d’arco, ovvero un milionesimo di arcosecondo) per le stelle fino alla settima  magnitudine (il mitico spessore del capello a 1000 km di distanza), 20 μas dalla 8 alla 15a magnitudine, e di 200 μas fino alla ventesima, per un totale quindi di circa un miliardo 1 di stelle – In realtà alcune incertezze risentiranno del colore della stella in esame.
Di queste saranno prese misure spettrofotometriche e di velocità radiale, consentendo così di avere la prima mappa stellare 3D dinamica del nostro angolo di cielo completa di composizione chimica delle stelle, permettendoci così di avere un quadro preciso della storia della Galassia e della sua evoluzione.

Gli indicatori standard
La luminosità di un oggetto varia con l’inverso del quadrato della distanza dall’osservatore.
Per esempio la luce di un lampione osservata a 100 metri di distanza apparirà 4 volte più brillante di uno a 200 metri e 9 volte più brillante di uno a 300 metri. Quindi sapendo la luminosità assoluta del lampione e misurando con un fotometro l’intensità luminosa del lampione osservato, si può calcolare la sua distanza dall’osservatore.
Questo è il principio base con cui vengono calcolate le distanze in astronomia.
Ci sono alcune classi di stelle variabili – Cefeidi, RR Liræ, Mira Ceti – la cui curva di luce  è legata alla luminosità assoluta, e questo ha permesso di calcolare la loro distanza e di conseguenza dell’ambiente in cui si trovano con un lieve margine di incertezza. Questo ha permesso di calibrare altre candele standard come le novæ e le supernovæ di tipo Ia.
Dopodiché si è cercato altri tipi di candele standard come la tipologia delle galassie etc, ma come potrete immaginare ìl margine di incertezza cresce con l’aumentare della distanza.

Se questo può sembrare poca cosa, Gaia farà in grande quello che già sta facendo Kepler nei pressi del Cigno: Kepler usa il metodo fotometrico, ossia la curva di luce dovuta ai transiti planetari, Gaia – oltre a questo sistema – misurerà anche le velocità radiali delle stelle consentendo addirittura di calcolare le masse in gioco e le loro orbite planetarie: un enorme passo avanti per la nostra conoscenza di altri pianeti 2.

In campo extragalattico Gaia potrà fornire un quadro più ampio di conoscenze attraverso la fondamentale opera di ricalibrazione degli indicatori di distanza che ci permettono di stimare le distanze su scala universale, la scoperta di altre lenti gravitazionali e quasar e il continuo monitoraggio delle supernovæ extragalattiche, mentre all’interno del sistema solare contribuirà a scoprire ed osservare molti corpi minori -alcuni potenzialmente pericolosi per la Terra – come gli asteroidi Near-Earth e quelli della cintura di Kuiper 3.

Se pensate che tutto questo sia poca cosa, Gaia studierà anche la curvatura dello spazio-tempo attraverso la curvatura della luce stellare in prossimità del Sole, come previsto dalla teoria della Relatività Generale  di Einstein.

Se vi pare poco ….

 

 

 

 

 

Una fine prematura per la Cometa Elenin?

Cometa Elenin fotografata dall'osservatorio solare STEREO B. Credit:NASA

Forse C/2010 x1 (Elenin) non ce la farà.
Qualche giorno prima che uscissi con l’articolo su di lei, il 19 per l’esattezza,  la cometa Elenin è stata centrata da una delle tanti eruzioni solari di  questo periodo di avvicinamento al Massimo del Ciclo Solare, compromettendo forse la sua sopravvivenza oltre il perielio, mentre era più o meno all’altezza dell’orbita di Venere.
Secondo Ian Musgrave, un astrofilo australiano che ha lavorato sulle immagini riprese dalla sonda STEREO H1B che si è accorto dell’incidente  1 la luminosità della cometa e della sua coda sono diminuite dell’80%, facendo pensare – legittimamente – che il CME che ha investito la cometa l’abbia in parte dissolta.

Pensandoci bene, le caratteristiche orbitali estrapolate a ritroso suggeriscono che la cometa Elenin provenga dalla fascia più esterna della Nube di Oort, come avevo evidenziato la volta scorsa.
Questo spiega abbastanza bene come la cometa sia meno densa della media e significa anche che la sua composizione sia particolarmente ricca di sostanze volatili che una volta raggiunto il sistema solare interno sublimano in fretta sotto l’azione poderosa del vento solare, il che spiegherebbe la notevole chioma e coda registrati tra luglio e agosto  in fase di avvicinamento a cui avevo accennato.

Il flare che ha investito C/20010 X1 era inaspettato ma che forse ha degradato la cometa fin quasi alla sua più che probabile disintegrazione al perielio, dove tra forze mareali e calore del Sole 2 metterà in gioco la sua resistenza -ed esistenza.
Se effettivamente dovesse accadere sarebbe un peccato per la mole di informazioni che potrebbe ancora darci sul suo luogo di provenienza, la Nube di Oort, di cui a stento possiamo ancora avanzare delle ipotesi.
Se accadrà, avremo probabilmente un nuovo sciame di stelle cadenti da ammirare con stupore, alla faccia dei Catastrofisti della Fine del Mondo.

C/2010 X1 (Elenin) una cometa abbastanza banale

ISON
International Scientific Optical Network (ISON)
è una organizzazione internazionale non governativa coordinata dall’Istituto Keldysh di Matematica Applicata dell’Accademia Russa delle Scienze con lo scopo di tracciare i rifiuti spaziali e i corpi minori come comete, asteroidi etc.Questa organizzazione coinvolge gli osservatori astronomici dell’ ex Unione Sovietica (FSU) e chiede agli astrofili di partecipare alle sue attività scientifiche.
Coinvolge a livello internazionale 11 paesi -tra cui l’Italia- con 23 impianti di osservazione universitari e privati.

C/2010 X1 al momento della scoperta 1

C/2010 X1 (Elenin), conosciuta anche con il nome del suo scopritore Leonid Elenin, un astrofilo russo che la notò per primo il 10 dicembre 2010 sulle lastre riprese dall’osservatorio robotizzato di Mayhill, New Mexico, uno dei 23 osservatori sparsi nel mondo che partecipano al progetto ISON, checché ne dicano i soliti catastrofisti della fine del mondo 2, è una banalissima cometa di lungo periodo – 11800 anni! – che avrà il suo perielio il 10 settembre prossimo.
la C/2010 X1 (Elenin) ha probabilmente origine dalla fascia esterna della Nube di Oort, a circa un anno luce dal nostro Sole, dove impiegava 5,7 milioni di anni per compiere una sola orbita.
Testimone della sua gioventù è la sua chioma, che è passata in poco tempo da 80000 a 200000 chilometri di diametro 3, indicando una più che discreta attività nucleare che non potrà che accentuarsi verso il perielio e che forse potrà riservarci piacevoli sorprese.
Per quella data (10/9/2011) purtroppo la cometa Elenin sarà invisibile dall’Italia essendo prospetticamente vicina al Sole.
Sarà invece visibile con una magnitudine di 6 4 dall’inizio del mese di ottobre prima dell’alba ai confini tra le costellazioni della Vergine e del Leone, dove raggiungerà i 5 gradi a nord di Regolo il 10/10, mentre tra il 14 e il 15 transiterà vicino a Marte.
Al momento della minima distanza dalla Terra, il 17 ottobre Elenin sarà visibile come un oggetto tra la sesta e la settima magnitudine  a 6 gradi a nord dell’ammasso aperto M44, conosciuto anche come il Presepe 5, parallelo all’Asinello Boreale al centro della costellazione del Cancro.
Il 20 ottobre invece Elenin incrocerà l’orbita terrestre passando a 35,6 milioni di chilometri dal pianeta, un niente su scala cosmica, ma pur sempre 92 volte più lontano della Luna.
Ma – secondo me – il clou si avrà – cielo permettendo – nei giorni tra il 21 e 24 novembre, quando Elenin transiterà  accanto all’ammasso delle Pleidai seppur enormemente affievolita dall’enorme distanza ormai raggiunta (ha raggiunto ormai l’orbita di Marte): si stima che per allora avrà una magnitudine visuale intorno a 11, osservabile solo con strumenti di generoso diametro e con cieli scuri.

Un punto esclamativo cosmico!


Credit: X-ray NASA/CXC/IfA/D.Sanders et al; Optical NASA/STScI/NRAO/A.Evans et al

 

 

 

Pare un gigantesco punto esclamativo in mezzo al cosmo, in realtà sono due galassie a spirale che stanno per collidere. VV 240 Nord è quella di sopra, vista di taglio e VV 340 Sud quella di sotto, vista di fronte.
È più o meno quello che accadrà anche alla Via Lattea e M 31, ossia la celebre galassia di Andromeda, il più lontano oggetto visibile a occhio nudo: 2,5 milioni di anni luce, tra qualce miliardo di anni. Peccato che con tutta probabilità non saremo lì a vedere questo spettacolo.
Chi pensa a chissà quale casino darà eco lo scontro si sbaglia: lo spazio fra le stelle è perlopiù vuoto, con un po’ di polvere e gas nobile qua e là che verrà compresso in nuove stelle e pianeti. Qualche onda di marea spingerà qualche stella nello spazio intergalattico, ma niente di più.
Chi si aspetta uno scontro fisico tra due stelle temo che resterà deluso, a meno che quelle due stelle  non siano particolarmente jellate, allora in tal caso consiglio alle eventuali forme di vita intelligente di quei sistemi di andarsi a cercare un posticino più sicuro da qualche altra parte.
Arp 302 (così si chiama l’insieme delle due galassie) può anche sembrare una lama di luce che sta per trafiggere un cuore innamorato, o una scintilla che sta per entrarvi, ma siccome nord e sud in questo caso possono apparire solo come convenzioni, io le immagino insieme capovolte, uno splendido fiore che aspetta soltanto di essere odorato 1

Finalmente riapre l’Allen Telescope Array

 

 

Alcune antenne dell'Allen Telescope Array

Finalmente, nonostante la crisi globale che attanaglia il mondo 1, la ricerca SETI  per l’intelligenza extraterrestre è tornata in pista, grazie a più di 200.000 dollari in donazioni da migliaia di fans, dopo il blocco parziale della ricerca con il fermo dell’Allen Telescope Array, come dissi a suo tempo in questo articolo.

Thomas  Pierson dichiara che i guai finanziari non sono stati completamente risolti, ma già si pensa di riattivare l’array nel mese di settembre.

Dopo che la ricerca scientifica con l’array di antenne era stata sospesa per problemi di fondi, una mobilitazione di donazioni via Web, nota come SETIstars, è iniziata nel mese di giugno e circa 45 giorni dopo, il 3 agosto, i contributi hanno raggiunto l’obbiettivo dei 200.000 dollari.
Questo era quanto serviva al SETI Institute per riattivare la ricerca con l’Allen Telescope Array.

Jodie Foster in Contact

Tra i collaboratori del SETIstars ci sono l’attrice Jodie Foster, nota per il ruolo di scienziato protagonista nel film  “Contact” 2; lo scrittore di fantascienza Larry Niven, creatore della serie di romanzi “Ringworld“; l’ astronauta Bill Anders dell’Apollo 8, la prima spedizione che raggiunse la Luna con equipaggio umano nel 1968.
In una nota che accompagna il suo contributo, Anders ha scritto: “È assolutamente irresponsabile che la razza umana non cerchi delle prove di intelligenza extraterrestre”.

Adesso l’istituto SETI è  alla ricerca di modi per abbattere  i costi operativi di almeno 1,5 milioni di dollari all’anno, più un altro milione dalle operazioni scientifiche per rendersi completamente indipendenti dall’Università di Berkeley.
Gli astronomi del SETI Institute sperano di utilizzare l’ATA per ascoltare i segnali provenienti dai sistemi planetari più promettenti individuati dalla sonda Kepler della NASA.
Jill Tarter, direttore dell’istituto di ricerca SETI, ha detto in aprile che i fondi necessari per questa importante ricerca richiederebbero almeno 5 milioni di dollari.

Intanto SETIstars rimarrà aperto per ricevere altre donazioni, chi vuole può continuare a donare qualcosa.

Un Sole … petomane

Voglio ringraziare Tutti i lettori e le lettrici di questo blog per gli importanti traguardi che abbiamo insieme raggiunto. La classifica di Wikio Scienza aveva classificato Il Poliedrico al 71° posto appena questo si è proposto alla loro classifica il mese scorso. Questo mese Il Poliedrico ha raggiunto il 22° posto, appena fuori dalla Top Twenty, risultato che francamente non mi aspettavo, almeno non così presto. Non credo che questo traguardo possa essere mantenuto, ma col vostro aiuto e incoraggiamento ci proverò, anzi ci proveremo. Anche i fans sulla pagina Facebook hanno raggiunto oggi quota 60 iscritti, e anche questo successo lo dedico a Voi.

Da sinistra verso destra: AR1263 e AR1261 . Credit: Steve Yezek, Iowa (USA)

Questa foto, scattata da Steve Yezek a est di Plymouth, Iowa, il 31 di luglio scorso, mostra quelle che finora sono state le più grandi macchie solari visibili in questo ciclo solare (il numero 24).

Il 2 di agosto il gruppo AR1261 ha generato un lungo flare di classe M1 e una espulsione di massa coronale a 900 chilometri al secondo proprio diretta verso la Terra.

 

Credit: GSFC/NASA

CVD, ovvero Come Volevasi Dimostrare, il giorno seguente AR1261 si è ripetuto con un altro flare di classe M6, dando un rinforzino a quello precedente.
Utilizzando i dati messi a disposizione dalle sonde STEREO e SOHO, gli analisti del meteo spaziale del Goddard Space Flight Center della NASA hanno messo a punto un modello tridimensionale sul cammino nello spazio del CME del 2 agosto.

Siccome non c’è 2 senza 3, il  giorno 4 agosto AR1261 non  ha infatti deluso il motto: infatti alle 03:57 UT ha scatenato un terzo  flare di classe M9 con conseguente CME da 1950 km/sec. capace di spazzare via i due precedenti nella loro corsa verso la Terra, arrivo previsto per il giorno 5 verso le 14:00 UT, con un margine di più o meno 7 ore.

Aurora nella regione di Cumbria (nord dell'Inghilterra) 5/6 agosto 2011 Credit: Raymond Gilchrist

La tempesta geomagnetica è arrivata infatti verso le 18:00 UT del 5 agosto 2011 comprimendo la nostra magnetosfera e facendo scattare l’allarme per i satelliti e le centrali elettriche 1, ma generando bellissime aurore visibili persino nel sud dell’Inghilterra, cosa che non succedeva dal 2003 2, nel Minnesota, nello Utah, in Germania e in Polonia.

Intanto, mentre il gruppo AR1261 dava sfoggia di sé con magnifiche eruzioni di plasma coronale, il gruppo AR1263 raddoppiava le sue già considerevoli dimensioni raggiungendo i 50000 chilometri di estensione  mentre si apprestava a tramontare per la Terra.

Come inizio mese non c’è stato male.

Il piccolo mondo Vesta

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

 

 

 

Vesta ripreso dalla sonda Dawn il 23 luglio 2011 da una distanza di 5200 chilometri dalla superficie. Credit: NASA/JPL/AP

Vesta (il cui nome completo è 4 Vesta) fu scoperto dall’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers il 29 marzo 1807, dalla sua casa di Brema 1,  in Germania,  dove aveva il suo osservatorio privato.
Di Vesta conosciamo con tutta probabilità anche la composizione della sua crosta.
Infatti alcuni meteoriti ritrovati sulla Terra, le meteoriti HED 2 – conosciute anche con il nome di acondriti HED, si pensa che si siano originate in conseguenza di un grande impatto che Vesta ebbe circa un miliardo di anni fa con un altro corpo in prossimità del suo polo sud (questo spiegherebbe la forma patatoide 3 di Vesta) formando un gruppetto di asteroidi minori – circa il 5-6% della massa della fascia principale degli asteroidi pare provenga da quell’impatto – chiamata famiglia Vesta.
Alcuni di questi sarebbero stati spinti dall’azione gravitazionale di Giove verso la Terra, fino a diventare asteroidi NEAR e entrare in collisione tra loro: alcuni frammenti di queste collisioni  sarebbero poi caduti sulla Terra come meteoriti.
Vesta quindi con ogni probabilità un paio di miliardi di anni fa soltanto pur essendo di gran lunga più piccolo tra i pianeti (meno di un decimo di Marte), era forse il più grande planetoide esistente nel Sistema Solare interno, tanto da avere,  unico tra tutti gli altri asteroidi conosciuti, una differenziazione del nucleo, una sua piccola Catastrofe del Ferro.

Per queste sue caratteristiche uniche ed interessanti che potrebbero dirci molto sulla nascita del nostro Sistema Solare,  Vesta è stato fatto  oggetto di indagine e di studio dalla sonda Dawn della NASA che l’ha raggiunto il 16 luqlio 2011.
Dawn resterà in orbita intorno a Vesta fino al prossimo anno, poi si dirigerà verso l”altro grande protopianeta, Cerere, ma quella sarà un’altra storia che affronteremo in un altro momento, quando Dawn raggiungerà il suo secondo obbiettivo nel febbraio 2015. Restate sintonizzati.

Giorni di gloria

« Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed. »
Credit: Paolo Attivissimo

Io c’ero.
Ero piccino picciò, ma tra quei 600 milioni di esseri umani che videro atterrare l’Eagle sulla superficie lunare alle 22:17 ora italiana del 20 luglio 1969 c’ero anch’io 1.
Quella fu una data storica per l’umanità, che si strinse assieme a quei due astronauti, Neil Armstrong e Michael Collins –  mentre il caro Buzz Aldrin li aspettava sull’altra metà del modulo chiamato Columbia – in un autentico fraterno abbraccio per un attimo senza più confini etnici politici o religiosi.

Carl Sagan posa accanto a un modello del lander Viking che atterrò su Marte . Sagan esaminò i possibili punti di atterraggio per le Viking insieme a Mike Carr e Hal Masursky.

 

35 anni fa esatti su Chryse Planitia si posò il Viking 1.
Partito da Cape Canaveral il 20 agosto 1975, raggiunse l’orbita marziana il 19 giugno 1976. Il lander fu fatto atterrare il 20 luglio in un luogo pianeggiante e scientificamente interessante scelto tra gli altri da Carl Sagan. Fu la prima sonda interplanetaria a toccare il suolo marziano e la seconda più longeva: fu attiva fino al 1982, quando un errore di riprogrammazione che doveva allungare la vita delle batterie sovrascrisse le routine di puntamento dell’antenna verso la Terra.

 

Virgil Grissom accanto alla sua Liberty Bell 7

La missione Mercury-Redstone 4 (MR-4) del 21 luglio 1961 fu il secondo volo suborbitale con un uomo – americano – a bordo nell’ambito del programma Mercury.
Per l’astronauta Virgil “Gus” Grissom quel volo fu qualcosa di rocambolesco. Per cause non ancora del tutto chiarite il meccanismo esplosivo che apriva la capsula – che lui aveva battezzato Liberty Bell 7 2  in onore alla famosa Campana della Libertà di Philadelphia e ai sette astronauti del programma Mercury – si azionò subito dopo l’ammaraggio, inondando la capsula e facendola affondare nell’Oceano Atlantico. Grissom che per fortuna si era già tolto le cinture e tubi dell’aria della capsula riuscì a fuggire e a salvarsi.

La Liberty Bell 7 appena recuperata nel 1999

Grissom era stato indicato come primo astronauta del progetto Apollo e candidato ad essere il primo uomo sulla Luna al posto di Armstrong, ma morì  il 27 gennaio 1967 con i suoi compagni astronauti Edward White e Roger Chaffee nell’incendio dell’Apollo 1.
Il 20 luglio 1999 la Liberty Bell 7 di Virgil Grissom fu recuperata dal fondo dell’Oceano Atlantico 30 anni dopo lo storico sbarco sulla Luna di Neil Armstrong.

 

Quante cose possono accadere  il 20 luglio!

 

Un palcoscenico naturale

 

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Credit: Il Poliedrico
Raggi crepuscolari e anticrepuscolari
I raggi crepuscolari sono generalmente visibili attorno ai crepuscoli, ossia alba o tramonto, e sono provocati da ostacoli lungo il cammino della luce del Sole come nubi o montagne.
Talvolta questi raggi riescono ad attraversare il cielo e apparentemente sembrano ricongiungersi dalla parte opposta al Sole (punto antisolare) e da qui il nome di raggi anticrepuscolari.
l’efffetto divergente dei crepuscolari e convergente degli anticrepuscolari è solo apparente e dovuto alla proiezione prospettica: in realtà sono raggi paralleli con un punto di fuga infinito.

Sono un tipo mattiniero.
Avendo per necessità, e qualche volta per sfizio, l’abitudine di alzarmi anche prima dell’alba, talvolta mi capita di vedere particolari fenomeni come questo che ho documentato stamattina.
Sembrava di assistere ad un concerto dal vivo, un palcoscenico immenso che annunciava un’altra maestosa alba.
Questi visibili nelle tre foto si chiamano raggi crepuscolari. Sono stati prodotti dalla luce del Sole ancora sotto la linea dell’orizzonte che ha attraversato il banco di nubi sullo sfondo.
Come ombre cinesi nel cielo, le nuvole hanno occluso parte della luce solare che invece è riuscita a passare negli squarci tra di esse.
Nel mentre il Sole guadagnava l’alba, questi spot hanno attraversato il cielo colorandolo di bande rosa e si sono ricongiunti dalla parte opposta, creando i piuttosto rari raggi anticrepuscolari che purtroppo non ho potuto fotografare 1.
Ma credetemi, alzarsi prima dell’alba può essere eccitante se  si sa ancora guardarsi intorno.

Buon anno Nettuno

 

 

Questa volta non starò qui a farla lunga sulle caratteristiche chimico-fisiche del pianeta Nettuno, in questo caso basta e avanza l’ottima pagina di Wikipedia, ma voglio raccontarvi quello che immagino sia successo una sera di tanti anni fa.

 

Credit: il Poliedrico

60 223 giorni fa – ora più ora meno- era la sera del  mercoledì 23 settembre 1846 in Europa (il continente terrestre, non il satellite di Giove!):

Johann Gottfried Galle puntò il telescopio dell’Osservatorio astronomico di Berlino verso la costellazione dell’Acquario, vicino al Capricorno, un po più a sinistra di Deneb Algedi.
Erano diverse sere che  il suo assistente Heinrich Louis d’Arrest insisteva di  osservare vicino a e Aqr che, secondo i calcoli di un francese, tale Urbain Le Verrier, avrebbe potuto trovarsi il presunto pianeta che sembrava perturbare l’orbita dell’ultimo pianeta – allora – conosciuto: Urano.
In effetti c’era qualcosa che sembrava muoversi leggermente rispetto alle altre stelle dello sfondo. Però poco sotto c’era quell’impiccione di Saturno che come al solito amava pavoneggiarsi nel cielo con i suoi inseparabili anelli.
“Ma non poteva, che so, spostarsi per intervento divino dall’altra parte dell’eclittica, almeno per stasera, il suo splendore proprio lì dà fastidio alle misurazioni di precisione, distrae!”  a questo pensava il buon Johann mentre dettava i valori dei micrometri al suo assistente.
“Eppure lì c’è qualcosa!”, pensò, “stai a vedere che il mio assistente aveva ragione. E pure quell’altro, quel francese, Urbano… Urbino…  Urbain, insomma lui! Loro hanno ragione! c’è qualcosa laggiù!”

 

Francamente non lo so, ma me lo immagino così Johann Galle che un mercoledì sera dopo cena scoprì Nettuno, ottavo e ultimo pianeta del nostro Sistema Solare 1.
Ora che Nettuno si trova a transitare nello stesso punto orbitale di allora e che quindi trascorso appena un anno nettuniano dal giorno della sua scoperta, chissà cosa avrebbe detto ora Galle guardando di nuovo in quella direzione col suo telescopio: “finalmente Saturno se n’è andato da un’altra parte”